9 strumenti per la riflessione  8 pag. 2  -  pag. 3

 

 

I. LO SPIRITO CHE DA LA VITA

 

Il tema di queste brevi riflessioni è: "Credo la risurrezione della carne". Si tratta del terzo articolo della fede cristiana trinitaria: dopo aver professato 'Credo in Dio Padre, credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio, credo nello Spirito Santo', tutto il resto viene di conseguenza. Se si osserva la struttura del simbolo degli Apostoli ci si accorge subito che l'espressione "Credo la resur­rezione della carne" è legata con il terzo articolo di fede, cioè 'Credo nello Spirito Santo'. Infatti dove è presente il dono dello Spirito c'è la vita nuova; come dice S. Paolo la risurrezione è con­dizione di vita nuova. Rivivremo con un 'corpo spirituale', cioè animato dallo Spirito, dalla forza di Dio ."Si semina un corpo animale, risor­ge un corpo spirituale"(1 Cor 15,44).

Diciamo subito che, essendo la "risurrezione della carne" un articolo di fede, il fondamento di questa nostra affermazione sta nella Parola di Dio. Sono numerosi i testi in cui viene affermata questa nostra fede nella Risurrezione. L'elemento fondamentale che sancisce il nostro credere è l'e­vento della Risurrezione di Gesù. San Paolo, nella lettera ai Romani dice chiaramente: "Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi..." (Rom 8,9a). Qui Paolo parla del­l'esistenza attuale, quella che stiamo vivendo, che è già un'esistenza sotto l'azione dello Spirito e quindi la garanzia di una continuazione di que­sta presenza che introduce poi nella pienezza della vita. E difatti Paolo continua "...se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita a causa della giu­stificazione. E se lo Spirito di Colui che ha risu­scitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali, per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rom 8,9b-11).

 

L'esperienza di Gesù Risorto

Possiamo dire senz'altro che la fonte origi­naria delle nostre affermazioni a riguardo della vita futura sta nel fare esperienza dell'azione sal­vifica che si è realizzata in Cristo nei nostri con­fronti. Questo è il fondamento della nostra spe­ranza di risurrezione completa e totale; si tratta di una realtà, certamente vissuta nella fede, ma non per questo meno reale. Se la resurrezione non fosse un fatto reale, vana sarebbe la nostra fede e noi saremmo i più miserabili degli uomini (1Cor 15,17-19). Non si tratta perciò semplice­mente di un'aspirazione, di un pio desiderio che nasce dentro per sconfiggere la paura della fine; ma tutto quello che possiamo asserire si basa su una realtà che già ora è oggetto della nostra esperienza, anche se non totalmente. Soprattutto costituisce una speranza ben fonda­ta, infatti si radica proprio in ciò che Dio ha ope­rato per noi in Gesù Cristo.

La tensione di fede nella risurrezione non rappresenta qualcosa di alienante, non è lo stoi­co volontarismo che fa finta che il dolore non esista. Questi giorni terreni che noi viviamo sono un po' già il progetto, la fase di costruzione deci­siva della nostra esistenza quando entrerà a con­tatto con la realtà di Dio nella Risurrezione. La nostra vita è perciò importante, ha valore e signi­ficato perché in essa si realizza un disegno che poi avrà un suo definitivo compimento. Si tratta di una anticipazione che è già in un certo senso compiuta, ma non totalmente. La fede in Gesù Risorto supera ogni dualismo anima/corpo, sto­ria/eternità, presente/futuro. E per quanto riguar­da la nostra riflessione possiamo affermare con forza che proprio Gesù Risorto è la meta cui guardare, il punto focale e armonico per inter­pretare saggiamente la nostra corporeità.

Credere nella risurrezione della carne, come conseguenza della professione di fede che affer­ma "Credo nello Spirito Santo" è proclamare la forza di Dio nella fragilità dell'esistenza, conce­pire la vita come un dono per la nostra situazio­ne creaturale dove la corporeità assume nella cultura contemporanea una rilevanza sempre più grande.

 

La 'corporeità' ritrovata

L'espressione "risurrezione della carne" rive­la una terminologia piuttosto complessa e qual­che volta tradisce non poche ambiguità. Vi sono espressioni emblematiche come 'astinenza dalle carni', tentazioni della 'carne in riferimento alla sfera sessuale e a determinate azioni da evitare, che intendono questo termine in senso piuttosto negativo. In realtà, quando parliamo di risurrezione della carne dobbiamo evitare questi equi­voci. Il nostro punto di partenza è ancora una volta la Sacra Scrittura, la quale parla di 'corpo' come senso della creatura umana, o più sempli­cemente di essere umano. La Bibbia ha il pregio di trasmetterci una mentalità unitaria e positiva riguardo l'essere umano, cosicché la nostra fede nella risurrezione non appella ad una rianima­zione di un corpo inanimato, ma alla proclama­zione di tutto l'essere umano nella sua interezza.

È stato soprattutto San Paolo a proporci il termine corpo come indicazione dell'uomo, pro­prio in senso biblico: per lui la risurrezione del corpo è la risurrezione dalla morte e la risurre­zione di tutto l'uomo. La Sacra Scrittura aiuta ad allontanarci da certi modi di pensare secondo i quali l'anima con la morte si distacca andando­sene per conto suo, per poi ricongiungersi un giorno con il corpo. Questa concezione classica si è largamente diffusa nel tempo, ma non risponde pienamente alla novità della fede cri­stiana, la quale quando parla di risurrezione dai morti, di risurrezione della carne, di risurrezio­ne corporale vuole intendere una esistenza nuova e originale che va ben al di là della riani­mazione di un cadavere.

Vi è un testo molto interessante nella Sacra Scrittura che può servire da base per una prima chiarificazione, si trova nel Vangelo di Marco (Mc. 12, 18-27 e paralleli). Si presentano a Gesù i Sadducei con un atteggiamento quasi di sfida, quasi da presa in giro. I Sadducei dicono che non c'è risurrezione e interrogano Gesù dicendo: "Maestro, come risorgerà la donna che in obbe­dienza alla legge del Deuteronomio, sposa, essendo morto il marito senza darle prole, il fra­tello dello stesso ...". È un caso singolare, equi­voco, posto così è tale da suscitare una questio­ne. C'erano sette fratelli i quali morirono uno dopo l'altro lasciando questa donna senza darle prole; nella loro interrogazione chiedono: "Nella Risurrezione, quando risorgerà a chi di loro apparterrà la donna, poiché in sette l'hanno avuta come moglie?" (Mc.12,18-27). E si dovreb­be anche dire che la loro domanda era ancor più provocatoria, infatti nell'al di là si sarebbe creata una situazione alquanto strana, infatti la Legge proibiva di essere la donna di più mariti. Dunque una tale situazione immaginaria avreb­be addirittura richiesto la pena di morte. Una simile situazione nell'al di là sarebbe stata a dir poco impensabile.

Per poter discernere in questa disputa occor­re partire dalle concezioni bibliche riguardo la risurrezione. Sappiamo che nell'ambito del pen­siero religioso ebraico, i sadducei non credevano nella risurrezione in quanto essi ritenevano come ispirati soltanto i primi cinque libri dell'Antico Testamento, cioè il Pentateuco. Gli altri scritti - profetici o sapienziali - non erano ritenuti come autorità sacra da parte dei Sadducei e quindi la Legge era soltanto il Pentateuco e solo il Pentateuco aveva autorità divina.

Gesù nella sua risposta ai Sadducei si richiamò al fatto che si potrebbe fare una rifles­sione anche sul Pentateuco, quando parlò del "Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe". Comunque nei libri del Pentateuco, non ci sono riferimenti alla risurrezione. I Farisei invece, ed è la parte in cui si pone Gesù nell'ebraismo, riten­gono come letteratura sacra, ispirata, sia il Pentateuco che tutti gli altri scritti: i 39 scritti dell'Antico Testamento per gli Ebrei, 39 o 46 (vi è infatti una differenza su alcuni libri che non sono accettati dagli Ebrei, ma sono accettati dalla tradizione cristiana, partendo da una parti­colare tradizione nell'ambito dell'ebraismo).

Dunque abbiamo due visioni religiose al tempo di Gesù: la risurrezione non accolta dai sadducei, i quali erano la corrente conservatrice in campo teologico mentre si mostravano molto liberali in campo politico soprattutto nei con­fronti dell'autorità della dominazione romana, cosa invece che era piuttosto avversata dal parti­to dei farisei.

Gesù nella sua risposta fu molto vicino alla concezione farisaica che accetta e parla di "risurrezione dei morti". Con Gesù avviene un salto di qualità anche nell'intérpretazione dell'Antico Testamento. Certo occorre molta pru­denza nell'indagine biblica; vi è una progressio­ne della fede israelitica la quale non nega affatto una possibilità di continuazione di vita dopo la morte, soltanto che non riesce ad esprimere que­sta intuizione. Il luogo stesso in cui si va a finire dopo la morte, tutti indistintamente, è nella lin­gua semitica lo "sheol", un abisso, un qualcosa di profondo dove vi è una forma di vita umbra­tile. Nel libro di Giobbe lo 'sheol' è terra di tene­bre, terra di caligine. Nei salmi esso è "il regno del silenzio" o anche il paese dell'oblio" dove si ritrovano il piccolo e il grande indistintamente.

Si potrebbe anche dire che nell'Antico Testamento esiste una tensione verso la soprav­vivenza, ma ancora in un modo indiscriminato per cui è perfettamente spiegabile l'aspirazione profonda a continuare a vivere nella discenden­za. Si spiega così il desiderio dei figli, dei nipoti, per vederli fino alla terza e alla quarta genera­zione e godere perciò la benedizione di Dio in un ambito esperienziale e immediato.

 

Una visione unitaria dell'essere umano

È tutta la realtà cosmico-umana a tendere perciò verso una pienezza anche se non ancora meglio identificata; ne guadagna la visione antropologica che nella Bibbia, come abbiamo detto precedentemente, non può che essere pen­sata unitaria. Ciò non significa negazione dell'a­nima o dello spirito, che però nell'uomo è qual­cosa di legato alla carne. Il termine "carne", che abbiamo già detto in Paolo corrisponde alla cor­poralità, ed il termine "basar" - che vuol dire carne - non indica semplicemente la parte car­nale, materiale dell'uomo, ma nel linguaggio biblico "basar" indica tutta l'esistenza dell'uomo, così come si presenta, nella sua totalità: una parte per il tutto. Quindi il termine "basar", nella concezione biblica a riguardo dell'uomo appella ad una visione unitaria e molto profonda che poi si è sviluppata, anche nel pensiero moderno. In breve "carne" vuol dire la creaturalità dell'uomo da intendersi nel senso della completezza e della totalità. Con "Basar" si designa la creatura umana che sta di fronte a Dio nella sua caducità, limitata, minacciata.

Certo, quando - per indicare l'uomo nella sua completezza - la Bibbia usa l'espressione "l'uomo è carne", non guarda tanto alle singole parti materiali che compongono il corpo ma alla condizione debole, caduca, che si consuma, la nostra realtà che prova dolore fisico.

Oltre al termine "basar" che indica la crea­turalità nella sua immediatezza, la Bibbia cono­sce anche il termine "nefesh" che vuol dire vita, ma secondo molteplici significati: vuol dire gola, respiro, soffio vitale. Anche qui si intravede una concezione niente affatto materialista dell'uomo: l'uomo è carne, ma una carne animata, vitale. "Nefesh" per indicare l'uomo appella ad un significato al contempo 'spirituale', tanto è vero che nel momento della creazione proprio questo soffio vitale viene infuso nella realtà della creta con un significato simbolico alquanto eloquente.

Ecco, allora, che quando si usa il termine "nefesh" per indicare l'uomo, si guarda all'uomo che è carne, che ha una sua debolezza, nello stesso tempo si esalta la sua dignità perché ha in sé un soffio vitale.

Vi è poi anche un altro termine, sempre per indicare la dignità dell'uomo ed è "ruah". Il significato è quasi simile a "nefesh", vita, soffio. "Ruah", che nel senso più arcaico vuol dire vento o soffio del vento, viene poi tradotto con spirito: può essere inteso in riferimento a Dio ed è per­ciò spirito di Dio o in riferimento all'uomo, è allora lo spirito dell'uomo; ma anche in quest'ul­timo caso esso proviene da Dio ed è infuso nel­l'uomo. Attribuendolo perciò all'uomo si vuol dire che l'uomo è animato. "Carne" è tutto l'uo­mo, "nefesh" è tutto l'uomo, con "ruah" si vuol sottolineare che la carne ha un soffio vitale. Dicendo che l'uomo è "ruah" cioè spirito, si vuole andare ancor più in profondità, si vuole asserire che l'uomo ha un soffio vitale nella sua realtà carnale e che questo soffio vitale viene da Dio e rende la creatura aperta a Dio.

Tutto questo ci permette di pre-comprende­re il linguaggio della Bibbia nel senso della fede nella Risurrezione della carne. Poiché l'antropo­logia biblica è piuttosto unitaria, "risurrezione della carne" significherà risurrezione dell'uomo nella sua totalità.

Il pensiero cristiano lungo la tradizione ha cercato di tenere in equilibrio ciò che il pensiero greco tendeva a dividere, vale a dire la carne dal soffio vitale. Non è possibile separare queste due parti: corpo e anima; risulta altresì alquanto pue­rile ricorrere ad un immaginario popolare per cui con la morte l'anima se ne vola via aspettando la ricongiunzione con il suo corpo materiale.

Viene spontaneo affermare, nel pensiero biblico, come la risurrezione della carne sia la risurrezione dell'uomo nella sua totalità. Carne e spirito sono due aspetti di una sola realtà che non è possibile separare. San Tommaso in parti­colare, nell'ambito della riflessione filosofica cri­stiana, mise in evidenza pur con qualche tenten­namento come sia impossibile distaccare corpo e anima.

 

Dare un senso al dramma della morte

Proprio questa visione unitaria che la Bibbia ci ha fatto conoscere, rende ancora più drammatica la domanda sulla morte: la morte è la fine di tutto? Di fronte al mistero della fine c'è differenza tra chi agisce bene e chi agisce male nella vita terrena? Vi è una retribuzione dopo la morte? Queste domande se l'era poste quel testo biblico così singolare e così bello che è il libro del Qoelet, ed hanno trovano una risposta matu­ra nel profeta Ezechiele il quale sostenne che ogni individuo è chiamato a rispondere delle sue azioni. Ma che senso ha la responsabilità perso­nale se con la morte finisce tutto? È Dio che dovrebbe dare un senso alla giustizia?

Nella interrogazione del Qoelet c'è proprio questo; tutto il Libro è incentrato su una rifles­sione molto profonda, alla ricerca di soluzioni. Leggiamo per esempio: "Dio ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma Egli ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio fino alla fine. Ho concluso che non vi è nulla di meglio per essi che godere ed agire bene nella loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immuta­bile, non c'è nulla da aggiungere, niente da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui... La sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa, come muoiono queste muoio­no quelli, c'è un soffio vitale per tutti; tutti sono diretti verso la medesima dimora, tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere. Chi sa se il soffio vitale dell'uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso sulla terra?" (Qo 3,11-21).

Qualcuno nel tempo si è meravigliato che il Qoelet fosse un Libro ispirato, poiché il proble­ma del senso del vivere e del morire non sembra­va offrire una risposta esaustiva. Certamente vi è qui un larvato pessimismo, ma vi è anche l'invo­cazione di una soluzione che trascenda la situa­zione presente. Si va alla ricerca di una risposta al problema della morte dell'uomo e di ciò che con la morte può presentarsi. Si nota come gra­dualmente ci sia una soluzione a riguardo della morte dell'uomo e del suo destino dopo la morte. Si avverte certamente ancora un auspi­cio, una speranza, ma si tratta di una speranza che si fonda sull'amore di Dio che è venuto e che verrà. Vi è la percezione che vi sarà una reden­zione, un accoglimento da parte di Dio. Questo è risuonato potentemente in alcuni Salmi, il Salmo 15 e 16, il Salmo 49 e il Salmo 72: sono momenti altissimi di preghiera in cui si nota questo barlume, questa attesa: "Tu non abbando­nerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione".

Una progressione dell'idea di redenzione e risurrezione da parte di Dio, la troviamo poi nel Secondo Libro dei Maccabei. Si tratta di un Libro dell'Antico Testamento cosiddetto deutero­canonico, cioè facente parte della versione dei Settanta, la quale è una versione in lingua greca, scritta per gli Ebrei, non nell'originale ebraico. Perciò non venne accettato come testo ispirato anche se è germinato nell'ambito della spiritua­lità ebraica. Dai cristiano-cattolici venne accolto come libro ispirato, per gli Ebrei rimane una let­teratura, anche religiosa, se si vuole alla stregua del libro del Siracide. Comunque anche il Libro dei Maccabei è un libro che propone la spiritua­lità dell'Antico Testamento. Qui, però, siamo ormai vicini al tempo della Rivelazione di Gesù, del suo ministero, della sua vicenda personale. Nel 2° Libro dei Maccabei vi è una situazione particolare, soprattutto in quell'episodio della madre che viene mandata a morte e, prima di lei, i suoi figli se non rinunciano alla loro fede jahwista (2 Mc, cap.7). In quei testi si esprime una forte fede nella risurrezione: quella madre spera di riavere i suoi figlioli, i quali saranno richiamati alla vita dalla potenza di Dio che è capace di vincere la morte.

Possiamo dire conclusivamente che nell'Antico Testamento, dal Qoelet ai Maccabaei, dal libro della Sapienza al profeta Daniele vi è una linea di tendenza che possiamo esprimere in questi termini: si deve compiere la giustizia di Dio nei confronti dell'uomo. Essa non si manife­sta soltanto come qualcosa che è apprezzabile nella benedizione che il Signore può dare nella vita terrena, ma va oltre la stessa vita per trascen­dere l'orizzonte presente. Così pregano i Salmi: "non permetterai che il tuo santo veda la corru­zione"; così si esprime il profeta Daniele: "Vi sarà un tempo di angoscia come non si era mai visto dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo - molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno, gli uni alla vita eterna, gli altri alla vergogna ed alla infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamen­to, coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre"(Dan 12,1-3)... fino ad arrivare al libro della Sapienza dove si guarda alla risurrezione come ad una liberazione e ad un procedere dell'anima verso Dio. Lo testimonia un brano famosissimo molto letto nella liturgia funebre:

"Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità ...Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia, correranno qua e là. "(Sap 3,1.4-7).

La vita degli esseri umani è perciò una comunione totale con Dio, fino a parlare di per­manenza, di risurrezione e di recupero della vita - e della vita vera - da parte di Dio.

 

Corporeità e spiritualità

Il pensiero biblico veterotestamentario pre­para dunque alla novità che Gesù apporterà. Possiamo comprendere pienamente il senso della risurrezione corporale, quale conferma della antropologia biblica, soltanto in Gesù. Il Figlio di Dio è venuto nel mondo e attraverso la sua vicenda fa entrare ogni creatura nella tota­lità della condizione umana e perciò dà un nuovo senso alla corporeità: tutto troverà armo­nizzazione e pienezza.

È perfettamente comprensibile quanto la tra­dizione cristiana ha voluto sottolineare allorquan­do con San Tommaso d'Aquino è arrivata ad affermazione che: "Essendo per l'anima cosa natu­rale essere unita al corpo, essere senza il corpo è cosa contro natura". Qui non siamo di fronte ad un testo ispirato, ma siamo di fronte ad una profonda riflessione sulla realtà dell'uomo. Anche se poi in altri momenti - sempre San Tommaso - dirà che l'anima esige che il corpo si riunisca ed allora rimane un po' tributario di una impostazio­ne platonica, però va segnalata la sua ispirazione di fondo che vedeva per l'anima cosa naturale essere unita al corpo, e perciò l'essere senza il corpo come qualcosa che va contro natura.

La validità di questa affermazione sta pro­prio nella risurrezione corporale di Gesù e la sua fede nella risurrezione è precisamente indicata nella risposta che ha dato ai Sadducei (che non credono nella risurrezione) quando gli propon­gono il caso della donna con sette mariti, pren­dendo le parti del pensiero farisaico.

A questo proposito è interessante un passo degli Atti degli Apostoli, quando il tribuno vuol condannare Paolo il quale riesce a provocare con­fusione servendosi proprio del fatto che i Sadducei non credono nella risurrezione. I Farisei invece vi credono e Paolo, trovandosi di fronte al Sinedrio, riesce a districarsi dalla situazione in questo modo: "Fratelli io sono un fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti." (At 23,6­9). Scoppiò una rissa fra le due parti avverse e una parte dei farisei si mise addirittura a difende­re Paolo che venne sottratto alla confusione, pro­prio dal tribuno, per evitare che venisse malme­nato avendo suscitato la discussione.

Paolo, che conosceva molto bene la dottrina farisaica sulla risurrezione dai morti, non ebbe difficoltà ad accogliere proprio l'esperienza mistica del Crocifisso-Risorto. Ciò che egli aveva imparato alla scuola dei Farisei, ora viene rein­terpretato di fronte al supremo mistero del Figlio di Dio.

Nel capitolo 12 del Vangelo di Marco Gesù prese posizione in favore del pensiero farisaico sulla risurrezione dei morti e proprio in questo testo troviamo alcune affermazioni che meritano di essere considerate accuratamente perché già influiscono su quello che significa risurrezione della carne, risurrezione corporale. Ma è nel mistero della sua personale risurrezione che Gesù mostra che non si tratta di una forma intensificata del nostro modo terreno di esisten­za, ma di una situazione nuova che lo Spirito Santo rende armoniosa e originale, dove ogni tensione viene vinta per attualizzarsi in uno stato glorioso al di là dello spazio e del tempo.

 

 

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