9 strumenti per la riflessione  7 pag. 1  -  pag. 3 8

 

 

II. RISORGEREMO, MA COME?

 

Ci troviamo così ad interrogarci su una que­stione essenziale: il modo della risurrezione. Ci lasciamo guidare dal Salmo 49 (vv 2-16) che nella sua parte finale presenta un orante che guarda e medita sulla condizione umana e sulla sua con­clusione: vi è continuità della vita oltre la morte?

"Ascoltate, popoli tutti, porgete orecchio abi­tanti del mondo,

voi nobili e gente del popolo, ricchi e poveri insieme.

La mia bocca esprime sapienza, il mio cuore medita saggezza;

porgerò l'orecchio a un proverbio, spiegherò il mio enigma sulla cetra.

Perché temere nei giorni tristi, quando mi cir­conda la malizia dei perversi?

Essi confi­dano nella loro forza, si vantano della loro grande ricchezza.

Nessuno può riscattare se stesso, o dare a Dio il suo prezzo.

Per quanto si paghi il riscatto di una vita,

non potrà mai bastare per vivere senza fine, e non vedere la tomba.

Vedrà morire i sapienti, lo stolto e l'insensato periranno insieme

e lasceranno ad altri le loro ricchezze.

Il sepolcro sarà la loro casa per sempre, loro dimora per tutte le generazioni,

eppure hanno dato il loro nome alla terra.

Ma l'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono.

Questa la sorte di chi confida in se stesso,

l'avvenire di chi si compiace nelle sue parole.

Come pecore sono avviati agli inferi, sarà loro pastore la morte;

scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà ogni loro parvenza:

gli inferi saranno la loro dimora. Ma Dio potrà riscattarmi,

mi strapperà dalla mano della morte."

 

Gesù ha raccolto la fede espressa in salmi come questo (cf in proposito anche il Salmo 88) facendo diventare realtà la preghiera di invoca­zione dove il pio israelita era certo che il destino dell'uomo avrebbe trovato una risposta positiva. Solo Jahvé può liberare dalla mano della morte e riscattare per la vita! Resta però la questione che già al tempo di Gesù si poneva. La disputa con i Sadducei, cui abbiamo prima accennato, è significativa in proposito.

Alla domanda doppiamente provocatoria da parte dei Sadducei (non si possono avere sette mariti, poiché proibito dalla legge deuteronomi­ca, pena la morte) Gesù risponde indicando uno dei pilastri portanti del messaggio della Risurrezione: la potenza di Dio può far sì che i morti risorgano, ma non nel senso 'materialisti­co' inteso dai Sadducei.

Gesù prende posizione riguardo alla vita oltre la morte schierandosi con il pensiero ebrai­co più recente, quello dei Farisei. Per mettere in evidenza che questa sorte futura non sarà un'in­tensificazione del modo terreno di esistenza per cui ci si innamora, ci si sposa, si hanno figli, ma sarà paragonata a quella degli "angeli nei cieli". Gesù usa l'espressione "come angeli nei cieli" in riferimento all'ebraismo contemporaneo che riteneva che gli angeli sono immortali e non sono soggetti a procreazione. Quindi dire "come angeli" vuol dire che c'è un mutamento di situa­zione. Non si tratta di un prolungamento dei valori terreni che vengono esaltati di là, ma una situazione nuova, come una forma di nuova creazione, cioè una trasformazione, la risurre­zione appunto, che sfugge a ogni capacità imma­ginativa dell'uomo.

E quindi, di là, ci sarà un nuovo modo di essere, operato attraverso la potenza di Dio; e vi sarà il compimento certo: si tratta di risurrezio­ne dei morti, non dell'anima soltanto!

Questa condizione nuova, difficile da imma­ginare, è paragonabile alla situazione angelica di immortalità e di diversità a riguardo della realtà coniugale e alla procreazione. Ciò può accadere perché il Dio di Gesù Cristo è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio non dei morti, ma dei viventi (Mt 22,32). Essere presenti nella memoria di Dio vuol dire vivere per sempre in Lui.

 

La testimonianza apostolica

La fede nella risurrezione dei morti nel Nuovo Testamento non si basa soltanto sul fatto che Gesù ha preso posizione nei confronti dei Farisei ed ha cercato anche di dare una interpre­tazione dell'annuncio della vita dopo la morte. La ragione fondamentale di una speranza di risurrezione è data dalla testimonianza apostoli­ca, e cioè che il Crocifisso vive e di Lui hanno fatto esperienza e la loro testimonianza è veritie­ra. "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!" (Gv 20,27). La fede degli apostoli nella Risurrezione si basa sul fatto che colui che era morto ora è vivo. È vivo in un altro modo, ma non è un'altra persona.

Noi crediamo su questa fede degli Apostoli, che il Crocifisso vive; dunque la storia di Gesù di Nazaret non si è conclusa. Ciò che si è realiz­zato attraverso un cammino terreno non è fini­to tragicamente con la morte, perché "il Crocifisso vive"!

La storia terrena di Gesù di Nazaret ha avuto un senso. È tutto il significato di quell'evento ad essere interessato nella risurrezione corporale. Il Crocifisso, cioè quella realtà umana, è entrata nella risurrezione, in una situazione nuova e tra­scendente. Nel destino di Gesù arriva il suggello definitivo: il Padre lo ha risuscitato dai morti, lo Spirito fa vivere la sua condizione umana in una dimensione che supera tutte le leggi fisiche. La Scrittura non dice che la sua anima è volata in cielo, bensì che il Crocifisso è vivo in una realtà inedita e superiore.

La Risurrezione di Gesù è un fatto storico (e anche meta-storico), cioè è un fatto che ha una sua incidenza sulla storia degli uomini; però il passaggio dalla morte alla vita nuova nella risur­rezione è un evento di ordine soprannaturale. Alcune affermazioni iniziali della Chiesa nascen­te soprattutto attraverso la predicazione di Pietro e di Giovanni sono emblematiche al riguardo: "Uomini di Israele, perché vi meravi­gliate di questo... Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni" (At 3, 15). È que­sto il punto decisivo: poiché tutto quello che Gesù è venuto a fare, non lo ha fatto per sé, ma lo ha fatto per noi, dunque è per noi che ha preso la condizione umana per indicare alla nostra situazione umana che cosa avviene: quello che è avvenuto a lui accadrà anche ad ognuno di noi.

Siamo perciò arrivati al punto in cui la risurrezione dei morti ha la sua convalida, pro­prio attraverso la Risurrezione di Gesù Cristo. E il Nuovo Testamento lo ribadisce a più riprese, con molta forza e noi dobbiamo saperne racco­gliere le testimonianze. Per esempio, nella prima Lettera ai Tessalonicesi (1Ts 4,13-14) si legge: "Noi non vogliamo poi lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insie­me con lui".

Quindi quello che accade a Gesù - dirà San Paolo - con la forza del Padre, accadrà anche a tutti coloro che avranno creduto in Lui, senza esclusione di chi non è arrivato alla conoscenza piena del mistero.

 

Il modo della risurrezione

La testimonianza del Nuovo Testamento ci dà alcune indicazioni di massima per poter pen­sare il modo della nostra risurrezione. La Scrittura è più preoccupata di annunciare il che della risurrezione, piuttosto del come. Non è importante infatti speculare su un mistero al quale ci affidiamo e che potremo comprendere pienamente soltanto quando lo vivremo. La Parola di Dio ci fa guardare a Gesù e alla sua condizione di Risorto, alla veridicità delle testi­monianze apostoliche, le quali attestano che Egli è apparso ai suoi. La nuova condizione cor­porale di Gesù è del tutto `sui generis', supera certi elementi, direi materialistici, per proiettare l'esistenza del Signore in una dimensione al di là dello spazio e del tempo, ma non per questo meno reale. La Risurrezione è l'annuncio di una nuova dimensione della corporeità che soltanto lo Spirito di Dio poteva effettuare. Ciò che è stato per Gesù, lo sarà anche per il cristiano: ci è promesso un destino, nella realtà di Dio, che riguarda tutto l'uomo - ed è per questo che si parla di risurrezione corporale, di tutto l'uomo - proprio in rispondenza a questa realtà concreta che è l'uomo.

 

Io sono un corpo

L'evento della Risurrezione di Gesù e la pro­messa, in Lui, della nostra risurrezione, rappre­senta l'esaltazione della corporeità non tanto come uno strumento secondario della nostra personalità, ma come manifestazione della pie­nezza del nostro essere. Proprio il messaggio cri­stiano della risurrezione della carne esalta il fatto che il nostro corpo non è un contenitore occasionale del nostro io, in questo senso si deve dire: io sono un corpo piuttosto che, io ho un corpo! Dicendo "io", ci si riferisce non solo alla capacità di ragionare astrattamente ma al fatto di essere posto in una condizione particolare. La risurrezione implica precisamente l'entrata nella situazione di essere ricuperati da Dio nella inte­rezza del proprio io. La Bibbia quando parla di immortalità dell'anima allude a questa pienezza di integrazione umana, l'anima è riconosciuta come lo spirito vitale dell'uomo. L'immortalità dello spirito vitale dell'uomo, nella Bibbia, dipende dal fatto che noi abbiamo uno spirito vitale come apertura alla realtà di Dio che ci è stata data dalla Creazione.

Per noi l'immortalità dello spirito vitale e dunque dell'anima, è la presenza di quella "ruah" (spirito) che dà vita e vigore: si tratta dello spirito posto da Dio, insufflato da Dio, come apertura per ascoltarlo. Questa apertura però si è chiusa con il peccato, solo con la risur­rezione essa può essere del tutto ricuperata, nonostante la creatura sia destinata a finire. Per questo è stato necessario l'intervento di Cristo che risorge: avendo il peccato precluso all'uomo di accogliere l'azione di Dio, Gesù ripara a que­sta situazione, ci apre nuovamente, per la fede in lui, ad accogliere veramente quello che conta per la nostra esistenza.

Nel 1312 il Concilio di Vienne dichiarò che "l'anima per se stessa è sostanzialmente forma del corpo", quasi a dire che non c'è possibilità di separazione e dove va lo spirito vitale, va l'uomo nella sua completezza.

Certo, qui il problema che qualcuno giusta­mente ha sollevato è il seguente: se vi è questa unione così stretta di due cose diverse e insieme un'unione tale per cui l'una non può essere senza l'altra, - cioè non c'è un corpo se non ani­mato, né un'anima se non corporizzata - quan­do l'uomo muore, muore totalmente?

Si comprende qui come la tradizione della chiesa nella sua saggezza ha continuato a parla­re di 'anima': quando l'uomo muore, viene meno la sua realtà corporale terrena corruttibile, ma il suo "Io" vive in Dio eternamente. Il suo "Io", cioè il suo spirito e ciò che la sua corporeità in quanto legata a quell'anima ha significato, ora vive in una dimensione gloriosa.

Ciò che il corpo qui in terra ha rappresenta­to come limite, opacità e dolore, ora rivive in una dimensione che solo nei cieli nuovi e nella terra nuova troverà pieno compimento.

Con la morte si conclude ogni possibilità di attuazione del vivere umano terreno; poiché il corpo, nella sua materialità, è destinato alla cor­ruzione, l'anima non ha più possibilità di azione su questa terra con il suo spirito vitale. L'uomo certamente finisce, ma per l'unità di spirito e corpo, gli è stata data la possibilità - per la potenza di Dio che si è manifestata nella uma­nità di Gesù Cristo - di superare la morte. Risorgere significa essere nuovi per la potenza di Dio, ma non diversi; vi è relazione profonda con quello che siamo stati e con la situazione che abbiamo vissuto. Così è stato per Gesù, così è anche per noi.

 

 

 

9 strumenti per la riflessione  7 pag. 1  -  pag. 3 8