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III. IL CORPO 'SPIRITUALE'

 

Proseguiamo la nostra meditazione avendo presente il Salmo 73 (72) 1-6, 13-17, 21-24 il quale ci illuminerà nella terza ed ultima tappa della nostra meditazione:

"Quanto è buono Dio con i giusti,

con gli uomini dal cuore puro!

Per poco non inciampavano i miei passi,

perché ho invidiato i prepotenti,

vedendo la prosperità dei malvagi.

Non c'è sofferenza per essi,

sano e pasciuto il loro corpo.

Non conoscono l'affanno dei mortali

e non sono colpiti come gli altri uomini.

Dell'orgoglio si fanno una collana

e la violenza è il loro vestito.

Invano dunque ho conservato puro il mio cuore

e ho lavato nell'innocenza le mie mani,

poiché sono colpito tutto il giorno,

e la mia pena si rinnova ogni mattina.

Se avessi detto: "Parlerò come loro';

avrei tradito la generazione dei tuoi figli.

Riflettevo per comprendere:

ma fu arduo agli occhi miei,

finché non entrai nel Santuario di Dio

e compresi quale è la loro fine.

Quando si agitava il mio cuore

e nell'intimo mi tormentavo,

io ero stolto e non capivo,

davanti a te stavo come una bestia.

Ma io sono con te sempre:

Tu mi hai preso per la mano destra.

Mi guiderai con il tuo consiglio

e poi mi accoglierai nella tua gloria".

 

La certezza di essere accolti per sempre nella gloria del Signore e perciò di riposare tra le sue braccia, sta alla base della fede della chiesa che, nel corso dei secoli, ha cercato di rendere ragione della domanda essenziale, vale a dire la sopravvivenza della totalità dell'essere umano dopo la morte.

Accanto alla definizione illuminante e impe­gnativa del Concilio di Vienne che abbiamo più sopra ricordato ("l'anima è per se stessa e sostanzialmente forma del corpo"), un punto di riferimento essenziale è la Bolla dogmatica di Benedetto XII "Benedictus Dominus". Siamo nel 1336 e il contesto culturale di allora è ancora piuttosto dualista (l'anima da una parte e il corpo dall'altra). Tutto poteva portare perciò a considerare lo stato intermedio (cioè il tempo tra la prima e la seconda venuta di Cristo) come separazione del corpo rispetto all'anima.

Il documento dogmatico di Benedetto XII ha voluto fissare un dato fondamentale e cioè che con la morte l'uomo entra immediatamente in uno stadio definitivo e pienamente retributi­vo riguardo alla salvezza. Con la morte si con­clude una volta per sempre la situazione pere­grinante dell'esistenza umana per entrare defi­nitivamente in una condizione di salvezza eter­na o di perdizione.

Questa dottrina è stata confermata al Concilio di Firenze nel 1439 ed è stata ribadita al Concilio Vaticano II nella Costituzione 'Lumen Gentium' (n. 48) in cui si parla di irrevocabilità e definitività dell'unica nostra esistenza terrena, decisiva in ordine al destino futuro.

È evidente che l'insegnamento del Vaticano II suggella il magistero precedente, sgombrando il campo ad ogni idea di 'reincarnazione' o dot­trine consimili, magari propagandate oggi dalla New Age, secondo le quali l'unicità del compo­sto umano (anima-corpo) è messa in dubbio a favore di dottrine eco-naturalistiche di impron­ta olistica.

È in questo quadro di fondo, soprattutto attraverso il progresso degli studi biblici da una parte e una più accurata riflessione antropologi­ca dall'altra, che oggi si può riflettere sul signifi­cato della corporeità in ordine alla fede nella risurrezione della carne.

La Risurrezione della carne implica la tota­lità dell'uomo e si fonda per noi sulla risurrezio­ne di Gesù Cristo; Gesù risorge nella totalità del suo essere e non solo nella sua anima. Il suo corpo entra in una dimensione nuova di eter­nità: questo è anche il nostro destino che si rea­lizzerà pienamente alla fine dei tempi. Nel momento della morte del singolo uomo, se il corpo è destinato alla corruzione, ciò che il corpo ha rappresentato in quanto comunicazio­ne ed espressività del proprio "io", in qualche modo vivrà presso il Signore.

Come si può constatare la riflessione cristia­na si attesta sul significato della vita che continua dopo la morte. La domanda è: cosa ne è del corpo in questa nuova situazione?

Certamente se si guardasse ad una condizio­ne angelica non sarebbe coinvolta la corporalità; ma la nostra condizione umana è quella di essere, spiriti incarnati'. La vita dopo la morte appella perciò ad una condizione di totalità. Ora la domanda ritorna: ma come si entra in questa totalità? La Scrittura e la riflessione di fede non ci permettono di speculare oltre misura: ci basta sapere che ciò che la nostra situazione terrena di $spiriti incarnati' ha per noi rappresentato non sarà persa, ma il nostro "io" già può vivere in Dio, se avremo risposto nella grazia all'amicizia con il Signore. Resta altrettanto vero che la pienezza di questa situazione, descritta con l'articolo di fede "Credo la resurrezione della carne", avverrà alla fine dei tempi quando Dio sarà tutto in tutti.

In questa prospettiva si spiega la dottrina del purgatorio o ancor meglio della purificazio­ne come è detto nel recente Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1030). Infatti se questa verità di fede ha un senso, è soprattutto un senso sociale: le anime dei giusti non compiono il loro destino in maniera solitaria, ma sono intima­mente legate a tutto il corpo di Cristo. E proprio la pienezza di questo corpo si dispiega con l'e­vento della resurrezione finale.

Paolo, nella Lettera ai Romani, al cap. 14,8­9 dice: "Nessuno vive per se stesso e nessuno muore per se stesso; perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moria­mo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore". È questa la nostra relazione col Dio Creatore e poi col Dio che entra a sanare la situazione dell'uomo che si è chiuso in se stesso, del Cristo Redentore. Sia in morte che in vita siamo nelle mani del Signore: vuol dire che abbiamo una relazione, un'appar­tenenza totale con la realtà di Dio e quindi anche la nostra morte rimane una relazione per­manente con Dio, ed è la sua potenza che ha questa capacità (di risuscitare anche noi). Morire per il Signore significa morire nell'ambi­to di una mano che ha la capacità di dare un significato anche alla morte, oltre la morte.

Intendiamoci bene: con questo non voglia­mo dire che sicuramente noi canteremo sul letto di morte, forse gemeremo. Il problema non è quello di togliere di mezzo le angosce, i dolori e le situazioni che possono verificarsi; significa soltanto indicare, come già abbiamo detto, che la morte fa parte della nostra vita, non solo di una vita che non finisce qui, ma di una vita la cui fine non sfugge dalla mano del Signore, nel senso che non cadiamo nel vuoto, nel nulla.

Morire nel Signore significa risorgere con Lui; ma riguardo, la risurrezione corporale dob­biamo staccarci dall'idea che si tratti di una situazione fisica corporea. Una concezione pura­mente fisica della nostra corporalità rende diffi­cile addirittura la risurrezione nella corporalità fisica: basta pensare alla variazione di molecole che ci sono tra un bambino, un adolescente, un anziano! Guai fermarsi alla sola fisicità nell'indi­care la corporalità.

 

Una visione personalista della corporeità

Occorre accedere ad una visione personalista della corporalità, solo così la corporeità può entrare nella situazione definitiva dell'essere umano. Per esempio, io non sono il mio corpo perché ho questo dito o questo naso; certo sul piano fisico ciascuno è quello che è, ma la mia corporalità è un fatto della persona. Che cosa è la corporalità, a che cosa serve per il mio spirito vitale? La corporalità animata permette alla creatura umana di mettersi in relazione con il prossimo. La corporalità non è semplicemente la materialità della carne come tale: la corporalità è capacità di relazione, di esprimersi, di costrui­re, di fare, di creare la propria storia. Perciò la mia corporalità non consiste nel fatto che, aven­do un dito storto, non posso comunicare; essa invece è il mezzo con il quale, pur avendo un dito storto, o essendo zoppo, o avendo un occhio solo, io posso comunicare, avere affetti, costrui­re. La 'corporeità' si esprime attraverso elementi fisici dei quali lo spirito vitale ha bisogno, ma nel suo significato più alto, essa esprime e veico­la lo spirito che la anima.

Vivere nello stato di risurrezione corporale vuol dire allora entrare in questa condizione del corpo come persona che ha ancora la possibilità della comunicazione, del riconoscimento, del ricupero di tutto quello che la mia persona e le persone, hanno potuto creare.

Allora, se riteniamo che la corporeità dei nostri cari che sono passati, consiste nel ricupe­ro di questa possibilità di comunicazione, com­prendiamo cosa vogliono dire le "apparizioni" del Risorto e come si può, seppure in una situa­zione non di esperienza fisica, ritenere che c'è questa possibilità di comunicazione. Se la mia corporalità, qui in questa vita è mezzo di relazio­ne e se anche nell'al di là non perde il suo valore, io posso, per fede, credendo nella risurrezione corporale, sentire che c'è una vicinanza, una presenza del Dio trinitario in me e dei fratelli in Lui. La corporalità che entra nella situazione voluta da Dio è la corporalità trasformata in mezzo di comunicazione, ma non più nella dimensione della fisicità, bensì in un significato che sfugge alle dimensioni spazio-temporali. La risurrezione corporale implica il passaggio della totalità del mio essere nella situazione di Dio e la corporalità che entra nella condizione nuova è quella che è stata, ma ora assume una nuova significazione. Quel corpo come elemento perso­nale attraverso il quale mi sono espresso, attra­verso il quale ho amato, costruito, creato, quel corpo è la mia realtà che entra completamente nella vita nuova.

Non dobbiamo però pensare che la risurre­zione della carne sia una ricreazione che esclude il significato della fase precedente: nella risurre­zione della carne entriamo noi, con la nostra sto­ria. Si tratta della nostra corporeità, cioè quella con cui ci siamo espressi nella nostra vita per quello che eravamo, ma non con i particolari della nostra fisicità (il nostro naso o i nostri occhi): non sono questi elementi fisici la corpora­lità che determinano la nostra esistenza. Entriamo in una situazione differente, diventia­mo creature nuove, figli di Dio, e ciò che saremo si manifesterà non in un essere diverso da quello che noi eravamo. La mia corporalità porta con sé la mia storia, è espressione della mia personalità: ecco che allora non si cade nella indistinzione.

 

Inchinarsi di fronte al Mistero

La fede cristiana crede che la corporalità espressa nel mistero della Risurrezione rappre­senta la suprema vicinanza del Dio di Gesù Cristo nei confronti delle creature. L'Eucarestia nella quale adoriamo il Corpo e il Sangue di Gesù simboleggia e sintetizza realmente la suprema vicinanza di Dio verso di noi. Riguardo al mistero eucaristico diciamo che Gesù è pre­sente in "corpo, sangue, anima e divinità". Se la corporalità dovesse essere qualcosa che deve materializzarsi, come farebbe ad essere presente in "corpo, sangue, anima e divinità", cioè con la sua realtà totale, anche corporale, nell'ostia con­sacrata? Si tratta di una corporalità del tutto particolare, attinente il nostro universo naturale, ma anche ad esso trascendente. Noi professiamo che il Cristo risorto corporalmente è presente in mezzo a noi e in noi; dunque vuol dire che la corporalità entra nella situazione di Dio, è una corporalità che è l'elemento della mia persona­lità che è, direi, indispensabile.

Ciò che il mistero eucaristico simboleggia in tutto il suo realismo, sarà anche per noi quando, lasciata questa vita, vivremo presso il Signore. Non è casuale che l'Eucaristia venga detta far­maco di immortalità; essa anticipa in questa vita la situazione che un giorno vivremo in, pienezza nella risurrezione.

La risurrezione della carne resta un mistero di fede, ma come ogni mistero cristiano esprime una verità profondamente umana: nulla va perso della esistenza delle creature.

Resta fondamentale cogliere l'insegnamento di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinti: "Ma qualcuno dirà: come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno? Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo" (15,35-38).

Vi è differenza fra il chicco, il seme e la fio­ritura della pianta, quindi una variazione, un passaggio. San Paolo poi prosegue: "Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini; altra quella degli animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci' (v 39) e poi ancora: "Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso; si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo anima­le, risorge un corpo spirituale" (v42-44). Se dun­que il corpo corruttibile come tale nella sua materialità fosse ricuperato, resterebbe corrutti­bile, mentre invece diventa incorruttibile; c'è una diversità, un cambiamento che non implica tut­tavia una diversità da quella che è stata la mia personalità. E il punto culminante è quello con­tenuto nel v. 44: si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Non bisogna però interpretare il "corpo spirituale" come un'evane­scenza o un modo di dire.

Il "corpo spirituale" è la nostra corporalità pervasa dalla forza dello Spirito che ricrea, pur mantenendo la nostra condizione, la nostra iden­tità. Il "corpo spirituale" è un corpo ripieno di Spirito Santo e perciò riceve una trasformazione da questa forza; è un corpo spirituale perché lo Spirito del Signore ci ricupera; in noi non vi è né la forza, né la capacità per vincere la morte.

 

Camminare verso la Pasqua

Vorrei concludere con un pensiero ancora rivolto all'Eucarestia che celebra la Pasqua del Signore. Siamo portati dalla nostra fede a crede­re che il Cristo risorto è presente corporalmente in quel pane e in quel vino, in quel simbolo che ormai è diventato la realtà del corpo risorto di Gesù. Ma questa realtà ci tocca da vicino: l'Eucarestia ci trasforma in 'corpo spirituale', nel senso che quella umanità glorificata tocca la nostra umanità e la trasforma.

Allora quella corporalità che mi appartiene è qualche cosa di trasformato: pur essendo la mia realtà, essa è pervasa dallo Spirito e ricupe­rata nel suo valore vero che già ho sperimentato in questa vita.

La nostra esistenza di cristiani diventa una parabola quaresimale-pasquale: camminiamo verso la nostra realizzazione piena di creature di Dio e la via per la nostra realizzazione è quella della celebrazione della Pasqua cioè la Morte e Risurrezione del Signore.

Andare verso la Pasqua con fede significa rendersi conto del cammino e perciò dello sbocco esistenziale che è passione e morte e dello sbocco finale che è là Risurrezione. E Risurrezione significa totale passaggio della mia personalità nella condizione propria di Dio per la forza del suo Spirito.

Allora la Pasqua diventa una grande luce proiettata sulla nostra esistenza non come un discorso filosofico o come una riflessione cultu­rale. La nostra vita è protesa verso qualcosa di grande: Adamo ha fatto un cammino, noi figli di Adamo siamo diventati figli di Dio per il cammi­no che un altro Uomo ha compiuto, per indicar­ci il significato profondo della nostra esistenza. Egli ci ha anche insegnato la strada per condur­re avanti il nostro itinerario sulla terra, attraver­so uno sbocco che di per sé pub anche essere angoscioso, come la morte, alla quale non si sfugge, ma dalla quale si è riscattati dalla poten­za di Dio. Così come nella sua umanità l'Uomo­Cristo Gesù è stato riscattato dalla potenza del Padre, la nostra speranza è quella di essere per sempre con lui associati nell'interezza della nostra personalità.

 

 

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