Parrocchia di S. Ambrogio

in Mignanego (GE)

 

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strumenti di riflessione

 

 

 

Introduzione

1° Comandamento  -  2° Comandamento  -  3° Comandamento  -  4° Comandamento

5° Comandamento  -  6°-9° Comandamento/1  -  6°-9° Comandamento/2

7°-10° Comandamento  -  8° Comandamento

 

 

il 4° Comandamento

Onora tuo padre e tua madre

 

Non basta dare la vita

 

È difficile, oggi, aprire un discorso sul quarto comandamento "Onora tuo padre e tua madre"- o senza cadere in due... opposti estremismi: tutta la colpa dell'attuale crisi intrafamiliare è dei ge­nitori che non capiscono i tempi nuovi, tutta la colpa è dei figli che assumono atteggiamenti di assurda ribellione, contestazione, ecc. ! E se le responsabilità, comunque maggiori nei genitori, si do­vessero ripartire con più giustizia in ambe le parti? e se le "radici" del presente grave malessere, che fa penare gli uni e gli altri, si do­vessero cercare "più lontano", vale a dire alle basi stesse del fatto educativo?...

Chi butta giù queste note non senza trepidazione, è dell'avviso che agli interrogativi ora posti si debba dare risposta affermativa. Anche se - è appena il caso di rilevarlo - molti altri, e complessi sono i fattori culturali, sociali, politici, pastorali, che in diversa mi­sura influiscono sul malessere anzidetto. Ma è chiaro, non è possi­bile esaminarli nel breve spazio di questa conversazione catecheti­ca. Bisogna, tuttavia, averli presenti come il "terreno" sul quale sta e vive la delicata pianta della famiglia e, in essa, del rapporto "genitori-figli".

 

Una impostazione, seria ed equilibrata, del nostro pro­blema mi è sembrato di tro­varla nella riflessione di due genitori, apparsa su Città Nuova (10 gennaio 1979, pp. 30-31). Questo il succo della riflessione. La famiglia è nel mirino della critica e della contestazione, come la re­sponsabile prima di quasi tut­ti i mali odierni. Certe inchie­ste televisive, fatte anche tra i piccolissimi, han posto sotto accusa padri e madri. Ora, in questo c'è del vero, ma non tutto il vero. Molti genitori si sono dimostrati impreparati e quindi incapaci ad assolvere l'arduo compito educativo, perché, attaccati a un passato che non torna più, si trovano in difficoltà nel "capire" i lo­ro figli; il che vale anche per i genitori. cristiani nella loro missione di educatori alla fe­de. Ma esistono pure genitori che, non nascondendo a se stessi il "salto" faticoso che devono compiere per essere "vicini" ai figli, si sforzano di mettersi al passo con le loro esigenze più vere; ciò malgra­do, spesso i figli voltano - o sembrano voltare - le spalle e se ne vanno per strade diver­se, talvolta opposte. Che fa­re?

Sarebbe sciocca presunzio­ne pensare che una domanda così grave, densa spesso di ansie e sofferenze indicibili, possa avere una risposta pie­na entro il veloce giro di que­ste pagine. Tuttavia, gli ap­punti meditati che qui seguo­no - se ripensati insieme tra padre e madre, ove possibile anche tra genitori e figli - pos­sono dare qualche luce: per correggere, rettificare, stimo­lare, invogliare ad approfon­dire il discorso qui sfiorato, arricchendone i contenuti al vaglio della propria esperien­za, a contatto di quella forza misteriosa che scaturisce dal­la grazia sacramentale del matrimonio cristiano, nella preghiera anche domestica e nella trama vivificante della carità.

L'accenno, ora fatto, potrà dare l'impressione e il... fasti­dio della "predica". Ma è so­lo un invito, fraternamente ri­spettoso, a tornare alle "radi­ci". Senza dimenticare - pur questo sembra doveroso sot­tolineare - i due fascicoli che precedono, perché il tema af­frontato è sostanzialmente uno solo.

 

 

«Siate fecondi e moltiplicatevi!»

Fondata sul matrimonio, nasce la famiglia. Se il matri­monio è sacramento, nasce la famiglia cristiana.

Comunità di amore e di vi­ta, la famiglia nel piano di Dio ha il compito d'essere la prima cellula della società terrena, in cui nascono i nuo­vi cittadini; se la famiglia è cristiana, i neonati attraverso la grazia del battesimo "rina­scono" alla vita di figli di Dio ed entrano a far parte della comunità ecclesiale.

11 discorso sul matrimonio e la famiglia, perciò, deve ap­prodare a quello sui figli. Non perché il matrimonio e la fa­miglia in sé non possano stare anche senza i figli. Ma perché essi, nel disegno di Dio crea­tore e quindi nella intrinseca "natura" dell'unione coniu­gale, di questa sono in via normale il dono e il frutto.

Torniamo "al principio". Perfezionata la creazione del cielo e della terra, con im­provvisa maestà di linguaggio ("facciamo") Dio crea l'uo­mo: a "Facciamo l'uomo a no­stra immagine, a nostra somi­glianza, e domini su tutto il creato". Ed ecco, "Dio creò l'uomo a sua immagine... ma­schio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate fe­condi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e domi­nate sui pesci del mare -» (Gen I, 26 ss.).

Il piano divino, anche se appena delineato nel libro sacro, è chiaro: l'uomo e la donna, destinati l'uno all'al­tra sino a formare nella reci­proca donazione "una sola carne" (Gen 2, 24), sono i cooperatori del Creatore nel­la trasmissione della vita umana. Questa missione è "scritta" nel più intimo dina­mismo della loro sessualità, che deve essere vissuta, se­condo l'intenzione creatrice di Dio: deve essere, cioè "fe­conda" per quanto dipende dalla loro volontà: in una pa­rola, "aperta alla trasmissio­ne della vita" (HV, il).

Perché l'uomo e la donna - marito e moglie, nel matri­monio - possano rispondere alla missione di Suoi coope­ratori nel dono della vita, Dio li "benedice". Il termine bi­blico contiene uno spessore di significato ben più ricco di quello che può evocare in noi la "benedizione" odierna. Anche la "benedizione" bi­blica include una parola (una

formula), è una "dizione" (di­ctio in latino, dal verbo dice­re); ma è sempre "dizione" di un bene o dono (bene-dictio), collegato al mistero della vita che scaturisce dalla Sorgente prima. "Bendicendo" la cop­pia perché sia "feconda", il Creatore quasi le trasmette una partecipazione del Suo potere creativo. Misteriosa e sublime grandezza dell'amo­re coniugale da una parte, o dei figli dall'altra!

In questa luce fontale, in­delebilmente "scritta" entro la più profonda struttura spi­rituale e fisica del matrimo­nio, i figli non sono un "ca­so", né un "lusso", né un "dato biologico", né tanto meno un "pericolo". Dono e frutto dell'amore dei genitori, nei figli non splende soltanto l'"immagine" viva di babbo e mamma, ma altresì l`imma-gine" di Dio che alla coppia ha voluto comunicare qual­cosa di Sé creatore.

 

 

I figli, un dono

Nella soluzione concreta del grave, talvolta drammati­co, problema della procrea­zione, troppo poco viene messo in luce questo aspetto: gli sposi "rispondono" a una chiamata di Dio, diventano Suoi "cooperatori" nel miste­ro della vita umana. Si tratta, invece, di ricondurre il loro amore fecondo entro il cuore del disegno divino, non stac­candolo dalla realtà spesso dura ma immettendovi una idea-forza, capace di sprigio­nare nuova generosità e "for­tezza d'animo" (GS, 50).

I figli che nascono, allora, non per questo cessano di rappresentare una responsa­bilità; ma, se da un punto di vista possono essere un "pe­so", accolti nella visione di un creato che in essi si rinno­va e si perfeziona, diventano una "ricchezza" di valore in­commensurabile. Appunto un "dono". Anzi, come dice il Concilio, "un dono prezio­sissimo (praestantissimum)", che "contribuisce un sommo grado (maxime) al bene degli stessi genitori" (GS, 50). Ec­co: i figli al centro, non ai margini, dell'autentico amore coniugale, perciò del matri­monio e della famiglia.

Così li vede, e sempre li ha visti, la santa Chiesa in fedele sintonia con la divina rivela­zione. Quando Eva partorì Caino, il primo figlio, esultò di gioia: "Ho acquistato - disse - un uomo dal Signore!" (Gen 4, 1). È un "acquisto", non una perdita. Acquisto tanto più prezioso, in quanto la donna partorisce nel dolore (Gen 3, 16). «La donna, quan­do partorisce - dirà Gesù -, è afflitta perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla lu­ce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uo­mo» (Gv 16, 21).

È questa, io credo, una del­le parole più stupende del Si­gnore. «Per la gioia che è ve­nuto al mondo un uomo»: que­st'uomo, vivente "immagine" di Dio e sorprendente "somi­glianza" dei suoi genitori. Torna alla mente il canto del salmista dinanzi alla "grazia" del figlio nuovo che, simile a virgulto d'ulivo viene ad ac­crescere la gioia della mensa:

« Vivrai del lavoro delle tue ma­ni, sarai felice e godrai d'ogni be­ne.

La tua sposa come vite feconda nell'intimità della tua casa;

i tuoi figli come virgulti d'ulivo intorno alla tua mensa.

Così sarà benedetto l'uomo che teme il Signore.

Ti benedica il Signore da Sion! ... possa tu vedere i figli dei tuoi figli!»

(Salmo 127, 2 ss.).

 

In termini pacati, ma non meno vibranti e fiduciosi, la Gaudium et spes parla così del mistero della "fecondità" matrimoniale: "Il matrimo­nio e l'amore coniugale, per loro natura, sono ordinati alla procreazione e alla educazio­ne della prole. I figli, invero, sono il dono preziosissimo del matrimonio e contribui­scono in sommo grado al be­ne degli stessi genitori... Di conseguenza, il vero culto dell'amore coniugale e tutta la struttura familiare che ne deriva, senza peraltro mette­re da parte degli altri fini del matrimonio, a questo tendo­no: che i coniugi, con fortez­za d'animo, siano disposti a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore, il quale per mezzo di loro sem­pre più dilata ed arricchisce la sua famiglia" (GS, 50).

Non ci fossero altre ragioni - ma, connesse a questa, ce ne sono e gravi! - basterebbe questa per condannare, come "crimine abominevole" (GS, 51), l'aborto procurato. Esso è egoistico rifiuto ed uccisio­ne di un "uomo", destinato ad essere un giorno fratello di Cristo e figlio di Dio. Si può capire perché la Chiesa, in eco fedele alla parola del Si­gnore, guardi con trepido amore ad ogni vita umana che sboccia e condanni con estremo vigore ogni attentato a questa vita. «Bisogna fare tutto il possibile - così il San­to Padre nell'udienza genera­le del 3 gennaio 1979 - affinché questo essere umano sin dall'inizio, dal momento del suo concepimento, sia vo­luto, atteso, vissuto come un valore particolare, unico e ir­repetibile. Egli deve sentire che è importante, utile, caro e di gran valore, anche se in­valido e minorato; anzi per questo ancora più amato » (in L'Osservatore Romano del 3.1. 1979).

I problemi gravi e delicati, relativi alla procreazione e al­la educazione della prole, re­stano. Ma i genitori chiamati ad affrontarli, trovano qui, insieme con la corroborante grazia sacramentale, una luce-forza sempre nuova. In­siste, perciò, il Concilio: « Sappiano i coniugi di essere cooperatori dell'amore di Dio creatore e quasi suoi in­terpreti nell'ufficio di tra­smettere la vita umana e di educarla» (ivi).

 

Azione educativa...

Perché l'altissima missione dei coniugi - d'essere «coo­peratori e quasi interpreti dell'amore di Dio creatore» - sia pienamente compiuta, non basta che essi trasmetta­no la vita. Se a ciò dovesse li­mitarsi la loro "cooperazio­ne", resterebbe un contribu­to quasi meccanico nella tra­smissione della vita umana: possono, infatti, bloccarne il dinamismo prima che si met­ta in moto o interromperlo quando è già in atto, ma lo sbocciare di una nuova vita sfugge allo loro volontà. Supposta invece questa vo­lontà "cooperatrice", se l'at­to coniugale è "fecondo" ed apre il processo generativo, "l'uomo" concepito attende, fin dal grembo materno, di essere "educato" dai propri genitori, da coloro cioè che lo hanno "gènito". La libera "cooperazione" all'amore dell'Autore della vita, da questo momento, diviene "ministero" d'amore alla nuova vita che germoglia nel seno materno, viene alla luce, e giorno dopo giorno cresce sotto lo sguardo stupefatto di mamma e di papà. Seguire giorno e notte, con trepida vi­gilanza, con rispettosa cura, con la delicatezza e la forza dell'amore, per chi crede con la luce della fede e le risorse della grazia: questa in parole semplici, è l`educazione" dei genitori. In essa, molto più che nel processo genera­tivo, la loro paternità e ma­ternità si fa "responsabile", dilatandosi in una "fecon­dità" spirituale permanente.

La dottrina della Chiesa, ripresa e confermata dal so­lenne magistero del Vaticano II, sintetizza questa duplice ma inscindibile missione nel­ la formula: «procreazione e educazione della prole», «trasmettere la vita e educar­la». È una "e" copulativa, che sottolinea con vigore l'u­nità inscindibile dei due "mo­menti" della generazione, si­no a trasformarli in un unico "ufficio" (officium, munus). Nella sua azione magisteriale e pastorale la Chiesa può "accentuare" l'uno o l'altro "momento", secondo le di­verse situazioni, senza mai però toccare la forza copula­tiva di quella "e". L'una caro dell'atto coniugale nel mo­mento procreativo si prolun­ga, attraverso l'indissolubile amore coniugale, nel proces­so educativo. L'autentico amore coniugale continua ad essere, nell'educazione sui figli, unitivo e procreativo.

 

...congiunta e sintonizzata

La "struttura unitaria" del­l'amore coniugale, qui vista soprattutto in rapporto ai figli, spiega un altro punto­chiave della dottrina cattoli­ca sul matrimonio e la fami­glia: l'educazione dei figli spetta, in primo luogo, ai ge­nitori; è loro dovere e diritto non delegabile. Per questo, «la famiglia è la prima, inso­stituibile comunità educati­va». Così il documento pa­storale dell'episcopato italia­no, Matrimonio e famiglia og­gi in Italia (1969), che prose­gue: « L'uomo e la donna, i genitori e i figli, quotidiana­mente costruiscono in essa se stessi fino alla pienezza della maturità umana e cristia­na»(n. 12).

La famiglia, dunque, è co­munità educante quando sa creare un clima e uno stile di vita, nel quale anche i figli partecipano alla propria for­mazione. Non la madre senza il padre ma i genitori insieme, non i genitori soli ma i geni­tori e i figli insieme (beninte­so, ciascuno al suo posto e con le sue responsabilità): ec­co l'ideale della famiglia, in­sostituibile scuola e palestra di educazione armonica, inte­grale, incisiva.

Cemento di questa azione educativa della e nella fami­glia è l'amore; per la famiglia cristiana, è l'amore di carità radicato nella fede e sempre aperto alla speranza. Nell'au­tentico amore, infatti, ogni membro della famiglia si apre all'altro, superando i laceran­ti egoismi, rispettando la li­bertà e dignità dell'altro, va­lorizzandone attentamente le qualità personali, donando e ricevendo in un continuo scambio di beni per il vicen­devole perfezionamento (cfr. Matrim. e fam., sopra citato, al n. 12).

Poiché i primi "naturali" educatori dei figli sono i geni­tori, spetta ad essi l'onore e l'ònere d'impostare, dosare, guidare questo lavoro tanto necessario quanto difficile e delicato. Ancora una volta è nell'amore reciproco - consa­crato, se cristiani, dalla grazia sacramentale - che gli sposi trovano il segreto e la forza per svolgere, con frutto, que­sto loro compito. È il "loro proprio carisma" (LG, 8): mentre li "conduce a Dio" e li santifica, li «aiuta e rafforza nello svolgimento della loro sublime missione di padre e di madre" (GS, 48).

Se l'impegno educativo dei genitori cristiani non si ali­menta ininterrottamente a questa fontana, che inonda la loro vita dello "spirito di Cri­sto" nella fede nella speranza e nella carità, se cioè non ten­de a «raggiungere sempre più la propria perfezione e la mu­tua santificazione» (GS, 48), l'educazione della prole, per quanto generosa, viene priva­ta della luce e del nutrimento essenziali. Al tempo stesso, la famiglia cristiana; indebolen­dosi soprannaturalmente, perde man mano quel senso e vigore di "Chiesa domestica" (LG, 11), che dà ai genitori la capacità di « essere per i figli i primi maestri della fede con la parola e con l'esempio» (ivi).

Di questa "fede" allora, re­stano, soltanto alcuni segni esteriori (il crocifisso alle pa­reti, immagini sacre nelle stanze, la Messa saltuaria nel­le domeniche o feste di pre­cetto, qualche fugace accen­no di preghiera, qualche ele­mosina, ecc.). Ma non posso­no bastare ai figli quando cre­scono, per dirsi e sentirsi ve­ramente cristiani. Anzi, fini­scono per turbarli ed urtarli, avviandoli spesso alle doloro­se crisi di fede negli anni del­l'adolescenza.

 

 

"Onora il padre e la madre"

Questo insistere sulle re­sponsabilità educative dei ge­nitori sembra voglia dimenti­care la responsabilità dei figli, soprattutto quando raggiun­gono con gli anni la capacità di consapevoli scelte e deci­sioni.

Ma non è così. Il fatto stes­so che oggi si tenda a ricono­scere sempre di più ai figli un ruolo "attivo" all'interno del­la famiglia e del processo educativo, prova il contrario: prova cioè che l'armonia del­la comunità domestica e, in essa, l'efficacia dell'opera formativa non possono fare a meno della collaborazione dei figli.

I primi a beneficiare di questa collaborazione - che si può manifestare in mille for­me diverse, anche le più umili e semplici, fin dagli anni della prima infanzia - sono i genito­ri. Non solo perché i figli ar­ricchiscono di nuovi palpiti e di nuove prospettive il loro amore, ma perché concorro­no, quali membri vivi della "Chiesa domestica", ad ac­crescerne la circolazione di grazia, o favorendo la tensio­ne dei genitori alla santità (cfr. GS, 48). La presenza dei figli e le loro stesse esigenze, inoltre, diventano stimolo ad affinare la pedagogia dei ge­nitori. «Crescendo insieme, nel dialogo con i figli, i geni­tori sono stimolati a ripensare gli orientamenti di fondo del­la vita, a valutare gli ideali di cui i giovani si fanno portato­ri, a rinnovare la coerenza della propria esistenza» (Ma­trim. e famiglia oggi, n. 13).

I figli, tuttavia, sono chia­mati a un'altra forma di "da­re", più personale ed impe­gnativa: secondo il preciso comandamento del Signore, essi devono "onorare" il pa­dre e la madre (Es 20, 12). L`onore" qui non è sempli­ce ossequio, omaggio, rive­renza. È certamente anche questo - e oggi troppo lo si di­mentica! - ma, ancor prima e più, è l'aperto riconoscimen­to dell`autorità" dei genito­ri, perciò dell`obbedienza" che è loro dovuta.

Nel Decalogo (= dieci "pa­role"), il quarto comanda­mento di Dio suona così nella versione dell'Esodo (20, 12): « Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Si­gnore, tuo Dio». Gesù ripren­de più volte, confermandolo, questo comandamento (Mt 15, 4; 6, 2; 19, 19; Le 18, 20, ', I e 7, 10 e 10, 19). San Paolo rie chiarisce il senso, nella pro­spettiva nuova di un rapporto educativo tra genitori e tigli che, mentre esige dai figli "obbedienza nel Signore", chiede ai genitori di "non ina­sprire i figli" ma di "allevarli nell'educazione e nella discipli­na del Signore" (cfr. Ef 6, 1­4). È la nuova pedagogia del Vangelo, che non tocca la so­stanza del comandamento di Mosè (anche perché è legge "rivelata" e insieme "natura­le", ossia iscritta nella co­scienza umana), ma l'apre a quello che noi chiamiamo "dialogo" tra genitori e figli.

Su questo "dialogo", ai no­stri giorni, è scesa l'ombra di molti equivoci. In nome del rispetto della "personalità" dei figli, s'è finito per negare, da un lato l'"autorità" dei ge­nitori e dall'altro l`obbe­dienza" dei figli. Le conse­guenze sono sotto i nostri oc­chi. Saltando o lasciando in ombra il vincolo che lega nel rispetto e nell'amore recipro­co i membri della famiglia, questa è diventata come una piccola nave senza nocchie­ro, costretta a procedere sul mare della vita secondo il vento che spira dentro e fuori la fragile imbarcazione. Che fare per ridare alla famiglia, la propria rotta sicura ed ai figli la loro giusta posizione?

 

 

Il Modello

Senza trascurare o disprez­zare le sane indicazioni delle odierne scienze padagogiche - sarebbe un'omissione im­perdonabile -, per i cristiani la pedagogia più vera e sem­pre attuale è quella che si at­tinge alle pagine del Vangelo, vedendo come si è comporta­to il "Modello", Gesù. È ve­ro, ben poco ci dicono di Lui bambino, fanciullo, adole­scente, giovane, i quattro evangelisti. Ma quel poco è illuminante.

Concludendo la sobria nar­razione dell'episodio del ra­gazzo Gesù, smarrito e poi ri­trovato nel tempio di Gerusa­lemme, Luca scrive: «Partì dunque con loro e tornò a Na­zaret e stava loro sottomesso» (Le 2, 51). Gli esegeti fanno osservare la scelta dell'imper­fetto ("stava loro sottomesso", "obbediva ad essi"), che designa non un atto singolo di ob­bedienza ma un atteggiamen­to abituale.

San Paolo, nel celebre inno della lettera ai Filippesi, pre­senta il mistero del Figlio di Dio che si fa uomo come una "kénosi", cioè uno spoglia­mento o svuotamento di Sè: nel senso che il Cristo, facen­dosi uomo, si è liberamente spogliato, non della sua natu­ra divina perché non poteva farlo, ma della gloria che pos­sedeva fin dalla eternità, ed ha scelto la vita della sotto­missione e dell'obbedienza al Padre «fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 6 ss.). La Sua obbedienza è la no­stra salvezza: « Come perla di­sobbedienza di uno solo (Ada­mo) tutti sono stati costituiti peccatori, tosi anche per l'ob­bedienza di uno solo (il nuovo Adamo, Cristo) tutti saranno costituiti giusti» (Rom 5, 19).

La vita di Gesù, dal "suo ingresso nel mondo" (Ebr 10, 5) "fino alla morte di croce" (Fil 2, 8), fu obbedienza alla volontà del Padre. Tanto che Egli poteva dire: «Ho da man­giare un cibo che voi non cono­scete... Mio cibo è fare la vo­lontà di colui che mi ha manda­to e compiere la sua opera» (Gv 4, 32 e 34). La "via" da seguire, per chi vuol essere suo discepolo in ogni condi­zione e responsabilità di vita, è Lui: « Vi ho dato infatti l'e­sempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13, 15). Sant'Agostino diceva ai suoi fedeli, commentando l'affermazione di Cristo «Io sono la via e la verità e la vita» (Gv 14, 6): «Vuoi cammina­re? "Io sono la via". Vuoi non sbagliare? "Io sono la ve­rità". Vuoi non morire? "Io sono la vita". Questo ti dice il tuo Salvatore: non hai dove andare se non vieni a me, e non c'è via per cui tu possa camminare se io non sono la tua via» (Commento al Vange­lo di Giovanni 22, 8).

Per il cristiano - sia fanciul­lo o adolescente o giovane o adulto - la via dell'obbedien­za, sul modello del Maestro, è obbligata. Innanzi tutto e sempre, l'obbedienza a Dio fino al punto, se occorre, di respingere un ordine ingiusto ed obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (Atti 4, 19). Ma, fatta salva l'assoluta so­vranità di Dio, «ciascuno stia sottomesso alle autorità costi­tuite, poiché non c'è autorità se non da Dio» (Rom 13, 1). E la prima autorità, che incontra il bambino nell'aprirsi alla vi­ta, è quella dei suoi genitori: « Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signo­re» (Col 3, 20). Certo, l'auto­rità dei genitori cristiani è servizio d'amore, perché - lo ricorda San Paolo nel brano citato della lettera ai Romani - «pieno compimento della leg­ge è l'amore» (13, 10). Ma resta sempre autorità, cui è dovuta riverenza ed obbe­dienza

È un discorso difficile, che rischia d'apparire anacroni­stico. Osservano i Vescovi nel documento più volte ricorda­to, Matrimonio e famiglia oggi in Italia (n. 13): « 1 rapporti fra i genitori e i figli, soprat­tutto con gli adolescenti e i giovani, sono oggi più difficili che nel passato, e causa di tensioni dolorose per tutti. P - una conseguenza dell'accele­razione del ritmo di sviluppo storico, delle diverse sensibi­lità e gerarchie di valori, della generale crisi dell'autorità e dell'obbedienza, di una ricer­ca d'autonomia che non sem­pre è autentica libertà umana e cristiana». E se aggiungessi­mo che di questa "crisi" sono vittime (e vi hanno poi con­corso) anche una certa teolo­gia e una certa catechesi, ti­mide o addirittura reticenti riguardo all'insostituibile va­lore educativo - non soltanto sul piano soprannaturale - del binomio "autorità-obbedien­za" vissute nell'amore?

 

 

Il dialogo dell'amore

Perché, tra i più sconcer­tanti risultati di una educa­zione, che in nome dell'amo­re emargina l'autorità dei ge­nitori e l'obbedienza dei figli, è il progressivo spegnersi del vero amore nella famiglia.

Commentando una recente inchiesta televisiva "La paro­la ai bambini", G. Guarda scrive: «I bambini diventano adolescenti e già non cono­scono più l'amore, perché come gli adulti sanno coniu­gare il verbo amare quasi esclusivamente nel segno del­l'egoismo; questi ragazzi e ra­gazze soffrono una profonda crisi di identità, perché i geni­tori non hanno saputo amarli compiutamente» (in L'Osser­vatore della Domenica, 7 gen­naio 1979). Una trasmissio­ne televisiva, sulla cui impo­stazione e conduzione si po­trebbero avanzare non poche riserve, ha valore relativo. È però una "spia" della realtà.

S'è già detto che l'educa­zione dei figli da parte dei genitori è un prolungarsi del lo­ro amore. Quando - sempre a proposito dell'inchiesta tele­` Riva - un genitore ha confes­sato che per lui quel pro­gramma rappresentava «una topografia dell'amore manca­to», voleva forse dire "dell'a­more sbagliato". 1 genitori di tante famiglie italiane amano sinceramente i propri figli e compiono per loro grandi sa­crifici. Ma troppo spesso "non sanno amare": sia perché scambiano l'amore con l'eccessiva indulgenza e debolezza, sia perché - vitti­me anch'essi della civiltà del­l`avere" - credono di espri­mere il loro amore soltanto o anzitutto procurando ai figli un "tenore di vita" economi­camente migliore e social­mente più agiato. Fino a che i bambini son piccoli, questo amore più o meno "tiene". Quando crescono, l'esigenza (e la carenza o insufficienza) di un amore più alto e più ric­co di "idealità" comincia a bruciare dentro: la crisi è alle porte.

Il problema - enormemen­te complesso - lo si è schema­tizzato, con i rischi e i limiti connessi. Tuttavia, a modesto avviso di chi scrive queste no­te, è qui che deve puntare le sue carte più valide una sana educazione dei figli: non di­missione dell'autorità pater­na e della conseguente obbe­dienza filiale, ma l'una e l'al­tra intrise di amore, quindi vissute giorno per giorno, fin dai primi giorni della vita, in un robusto dialogo d'amore.

Fin dai primi giorni della vita, ho detto. Non solo perché "dopo" è quasi sem­pre troppo tardi; ma perché «le scienze umane, soprattut­to la psicologia e la pedago­gia, hanno dimostrato l'im­portanza della prima infanzia nella costruzione della perso­nalità e il primato della fami­glia sugli altri istituti educati­vi» (Matrimonio e famiglia, n. 13). Se il dialogo educativo s'apre nei modi opportuni al­l'alba della vita, si sviluppa spontaneo ed efficace anche nelle più difficili ore del mat­tino come reciproco bisogno di comunione (cfr. AA, 12). L'autorità da una parte e l'obbedienza dall'altra perdo­no, allora, un certo indispo­nente rigore: trasformati dal­l'amore e dalla fiducia reci­proca, diventano sereno rit­mo di vita quotidiana e supe­rano nel linguaggio dell'ami­cizia gli inevitabili ostacoli del cammino.

A rendere poi meno arduo questo cammino viene in soc­corso l`educazione indiret­ta": vale a dire, l'atmosfera generale della famiglia, intri­sa di chiari sentimenti ed af­fetti, di lealtà e coraggio, di vicendevole stima, di vissuto spirito di fede e preghiera, di apertura ai problemi della Chiesa e del mondo, di gene­rosa carità verso tutti e in particolare verso i sofferenti, i poveri, i soli.

Questo vivo intreccio e dialogo d'amore, che forma il tessuto di una famiglia consa­pevole della sua grande mis­sione, è traguardo faticoso, non di rado aspro, deprimen­te, quasi disperato. Soprattut­to, oggi con la tempesta che urla fuori e dentro la casa. Ma chi ha detto che le cime alte si possono raggiungere senza forti rinunce?

Siffatta virile consapevo­lezza deve essere presente sempre in seno alla famiglia. Quando poi la famiglia è cri­stiana - e cerca d' ' esserlo non soltanto di nome - le viene in aiuto, indissolubilmente unita alla fede e alla carità, la forza della speranza. Prima infatti di ogni legge e di ogni dif­ficoltà - insegna "autore del­la lettera agli Ebrei - stanno "due atti irrevocabili": la promessa e il giuramento di Dio, "il Fedele", che si è ra­dicalmente impegnato in Cri­sto suo Figlio con noi e per noi; ora, «grazie a questi due atti irrevocabili», noi cristia­ni «che abbiamo cercato rifu­gio in Dio» possiamo trovare coraggio «grande nell'affer­rarci saldamente alla speranza che ci è posta davanti... come un'àncora della nostra vita, si­cura e salda» (Ebr 6, 17 ss.). Non si tratta di una sorta d'e­vasione fideistica: per chi ama ed onora la famiglia co­me "santuario domestico" e "Chiesa domestica", l'anco­raggio al Signore è atteggia­mento radicale e vitale. Quante famiglie "cristiane" crollano o vacillano, perché staccate da questo ancorag­gio!

 

"Vocazione" dei figli

Profondamente legato a questa autentica visione cri­stiana della famiglia - e, in es­sa, della educazione dei figli - è il problema della loro "vo­cazione". Ma, bisogna dirlo subito, è un problema­cenerentola per la gran parte dei genitori. Quando non è  così, viene affrontato in gene­re con criteri sbagliati o scar­samente attenti a scelte, che siano in armonia con le esi­genze profonde dei figli e con i diritti del Signore.

1 testi conciliari ritornano, con insistenza significativa, su questo grave ufficio dei ge­nitori. Ufficio, che essi, assol­veranno "con prudenza" (AA, 11), nella luce di un vi­gile discernimento umano e cristiano che non sceglie per i figli (sostituendosi a loro), ma sceglie in loro (studiandone e rispettandone le attitudini personali) e con loro (in una scoperta e maturazione voca­zionale fatta "insieme"). Tra­scurare o respingere questo criterio, che è essenziale nel­l'opera educativa, significa preparare per il domani citta­dini e cristiani "fuori posto".

La "vocazione", inoltre, va considerata dai genitori e dai figli in una prospettiva "ple­naria": che includa, cioè, tut­te le forme di vocazione, "compresa quella sacra" (AA, 11; GS, 52). Per questa, anzi, qualora sia "scoperta" nei figli, il Concilio chiede che venga «favorita con ogni diligenza» (AA, 11). Ecco un altro aspetto, troppo obliato e talvolta (o spesso?) più o meno apertamente ostacola­to nel delicatissimo iter della educazione. La crisi delle vo­cazioni sacre (sacerdotali, re­ligiose, missionarie) è matu­rata certamente in una situa­zione ben più vasta e com­plessa. Chi però segue da vi­cino questa crisi nella quoti­diana esperienza pastorale, sa che molti germi vocazionali vengono bruciati o mortifica­ti proprio dai genitori. È una grave responsabilità dinanzi a Dio e, perciò, dinanzi all'av­venire dei figli!

Il tema della "vocazione" nell'itinerario educativo è, comunque, un tema per tante ragioni da riscoprire e rivalu­tare. Se educare infatti vuol formare la personalità della prole alla conquista di una piena maturità umana e cri­stiana, mettere tra parentesi o trascurare il problema della "vocazione" nelle sue varie forme, è privare l'opera for­mativa di un suo aspetto fon­damentale.

 

 

La famiglia, da sola, non basta

« I genitori - così ancora un testo del Vaticano II -, poiché hanno trasmesso la vita ai figli, hanno l'obbligo gravissi­mo di educarli: vanno perciò considerati come i primi e i principali educatori della prole. Questa loro funzione educativa è così importante che, se manca, difficilmente può essere supplita» (GE 3). la sintesi più autorevole di quanto si è detto in questi ap­punti.

Tuttavia, se la funzione (munus) educativa spetta pri­mariamente alla famiglia, non si esaurisce in essa. L'e­ducazione «è opera necessa­riamente sociale, non solita­ria» (Pio XI, Divini illius Ma­gistri, 11): gli educatori da un lato e gli educandi dall'altro vivono, infatti, entro un cor­po sociale (politico: lo Stato; religioso: la Chiesa) come cit­tadini, a pieno titolo di parte­cipazione. Ne consegue:

a) che l'educazione dei figli de­ve essere "integrale" in senso "personale e sociale" (GE, 3) da parte dei genitori, chiama­ti a «creare in seno alla fami­glia un'atmosfera vivificata dall'amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini» (ivi);

b) che la famiglia «ha ricevu­to da Dio la missione di esse­re la prima e vitale cellula della società» (AA, 11), «la prima scuola di virtù sociali di cui han bisogno tutte le so­cietà» (GE, 3);

c) che, perciò, la famiglia attende e «richie­de l'aiuto di tutta la società civile», cui spetta il compito di «disporre tutto ciò che è necessario al bene comune temporale», non invadendo mai il campo dei diritti inalie­nabili della famiglia, non so­stituendosi ad essa, ma pro­teggendo e promuovendo «in base al principio di sussidia­rietà» (GE, 3); d) questo principio segna anche i limiti dell'intervento dell'autorità politica, la quale, nell'impo­stare ed attuare la propria azione educativa, è chiamata a rispettare due condizioni: limitare il proprio intervento «laddove manchi l'iniziativa dei genitori e delle altre so­cietà», avere sempre dovero­sa attenzione ai "desideri dei genitori" (ivi).

Qui si aprirebbe il tribolato capitolo della scuola moder­na, che non possiamo affron­tare. Fermandoci all'Italia, si deve dolorosamente costata­re che il «principio di sussi­diarietà» è saltato per far po­sto ad un invadente statali­smo, e questo, nella sua cre­scente spinta laico-marxista, ha ignorato e di fatto calpe­stato i diritti dei genitori cat­tolici (anche, bisogna ricono­scerlo, per una loro azione slegata o scarsamente con­vinta). Vale, quindi, per i ge­nitori cattolici in Italia il forte richiamo del Concilio: esso «esorta i cristiani a collabo­rare generosamente, sia nella ricerca dei metodi educativi idonei e dell'ordine degli stu­di, sia nella formazione degli insegnanti che sappiano bene educare i giovani»; ma, insie­me, li invita ad unire le loro forze nelle "associazioni tra genitori", allo scopo di «aiu­tare positivamente e costan­temente il compito della scuola, in particolare l'educa­zione morale che essa deve fornire» (GE, 6).

Ma è lo stesso Concilio a rivendicare, con forza, l'ina­lienabile diritto della Chiesa ad avere proprie scuole, per «dare un'educazione tale ai suoi figli che tutta la loro vita sia penetrata dello spirito di Cristo» (ivi, 3). Sono le "scuole cattoliche". Lo Stato italiano nega ad esse quella parità di trattamento, che do­vrebbe consentire ai genitori cattolici (e non cattolici) di sceglierle per i loro figli «in piena libertà, secondo la pro­pria coscienza» (ivi, 6). Oggi, questa libertà di scelta, alme­no per le famiglie socialmen­te umili, non c'è. Tuttavia, i genitori non dovrebbero ri­nunciare a qualche spesa su­perflua per i loro figli, desti­nando il risparmio (se neces­sario, con qualche sacrificio) ad una loro educazione in scuole cattoliche? È un inter­rogativo che, nell'attuale si­tuazione della scuola statale, non può essere evitato.

Comunque, il problema della scuola resta in tutta la sua gravità e urgenza. La fa­miglia deve sentirlo con una consapevolezza nuova, che postula a sua volta un modo nuovo di partecipazione.

 

 

Nella comunità cristiana

La famiglia da sola non ba­sta, nemmeno come "chiesa domestica", cioè come primo e insostituibile "luogo" di educazione alla fede. Se in­fatti «la famiglia è come la madre e la nutrice dell'edu­cazione per tutti i suoi mem­bri, in modo particolare per i figli» (Il rinnovamento della catechesi, n. 152), la sua fun­zione educatrice, per essere piena ed efficace sul piano della fede, deve aprirsi alla vita della comunità ecclesia­le.

A questo riguardo, acqui­sta importanza spesso decisi­va la partecipazione della fa­miglia al dinamismo della co­munità parrocchiale. Questa cellula viva della Chiesa par­ticolare, pur, con i suoi limiti e le sue insufficienze pastora­li, «offre un luminoso esem­pio di apostolato comunica­torio, fondendo insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserendole nell'u­niversalità della Chiesa» (AA, n. 10). Qui, più che al­trove, si sviluppa quel mirabi­le processo educativo, che si chiama catechesi. Questa «dà luce e forza alla fede, nu­tre la vita secondo lo spirito

di Cristo, conduce a parteci­pare in modo consapevole ed attivo al mistero liturgico, ed è stimo all'azione apostolica» (GE, 3). In seno alla comu­nità parrocchiale anche la più umile, «non c'è aspetto del mistero cristiano, non c'è problema umano, non c'è av­venimento di attualità, che non debbano trovare sensibili e pronti alla riflessione sacer­doti e fedeli. Tutte le risorse educative della Chiesa posso­no essere qui impiegate in larga misura» (Il rinn. della catechesi, n. 149).

Ecco un punto-chiave per il difficile e meraviglioso la­voro educativo dei figli: la ca­techesi, iniziata sin dagli anni dell'infanzia -e sviluppata pro­gressivamente lungo tutto l'arco della vita, non più co­me semplice "istruzione" re­ligiosa finalizzata alla cele­brazione tradizionale della "feste" di prima Comunione e della Cresima, ma come "itinerario" che accompagna lo sviluppo dei figli con un'autentica crescita nella fe­de per una limpida coerenza e testimonianza di vita. A questo punto, il discorso do­vrebbe assumere ben altre di­mensioni. Basti qui ricordare due cose molto importanti: il nuovo modo di far catechi­smo, in famiglia e in parroc­chia o nei gruppi associati, comporta un impegno mag­giore anche da parte dei geni­tori, perché non si dà fecon­do "itinerario di fede" senza la cooperazione degli educa­tori; tale cammino di crescita nella fede, inoltre, non può esaurirsi entro le pareti do­mestiche, ma ha bisogno di un ambiente più aperto, ca­pace di allargare il respiro educativo della famiglia in una visione che, partendo dalla comunità parrocchiale, dilati il cuore dei figli agli orizzonti della Chiesa univer­sale e di tutto il mondo: anco­ra una volta, però, questo vi­tale inserimento dei figli nella comunità cristiana chiede la convinta partecipazione dei genitori.

 

 

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