Parrocchia di S. Ambrogio

in Mignanego (GE)

 

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strumenti di riflessione

 

 

 

Introduzione

1° Comandamento  -  2° Comandamento  -  3° Comandamento  -  4° Comandamento

5° Comandamento  -  6°-9° Comandamento/1  -  6°-9° Comandamento/2

7°-10° Comandamento  -  8° Comandamento

 

 

il 6° - 9° Comandamento / 2

Non commettere adulterio / Non desiderare la moglie del tuo prossimo

 

Famiglia, oggi

 

Dire "famiglia oggi" è come dire "famiglia in crisi".

È vero, c'è crisi e crisi. Il termine significa, infatti, cambiamento di una situazione: in meglio o in peggio. Generalmente, però, quando si parla e scrive di "crisi", ci si riferisce - come nel caso presente - a una situazione che si è deteriorata o si va deterio­rando.

Anche se oggi di questa parola si fa un uso così eccessivo da ca­dere in una sorta d'inflazione, l'uso del termine "crisi" riferito al­la "salute" della famiglia, si direbbe pertinente. È difficile a meno che non si vogliano chiudere gli occhi sulla realtà, negare la "con­dizione critica" in cui è venuto a trovarsi da qualche anno il nucleo familiare.

Il discorso, sia pure a livello e misura diversi, vale per la fami­glia cristiana (nata, cioè, dal sacramento del matrimonio) e non cristiana (istituzione "naturale"). Né a questa situazione si sot­trae la famiglia nel nostro Paese, anche se da noi l'istituto, forte­mente radicato nel costume, sembra "tenere" un poco meglio che altrove.

Non bisogna, tuttavia, cullarsi nelle pigre illusioni. Il referen­dum sul divorzio (malgrado le spinte e le confusioni politiche ne suggeriscano un'interpretazione cauta), il preoccupante attenuarsi di un rifiuto consapevole dell'aborto legalizzato, l'espandersi a macchia d'olio del cosiddetto "libero amore", la "legittimazione" morale dei rapporti prematrimoniali, l'interpretazione.... elastica della 'paternità responsabile" con il grave calo delle nascite, l'in­soferenza o il rigetto dell'autorità familiare sotto il pretesto del­l'autoritarismo", il drammatico fenomeno della droga tra gli adolescenti e i giovani, i laceranti contrasti ideologico politici al­l'interno stesso delle case, la carenza o il costo impossibile di abi­tazioni familiari, la disoccupazione giovanile... ecco una serie (nient'affatto completa!) di ragioni, che militano contro l'unità, la stabilità, la serenità della famiglia. E non s'è detto nulla del quoti­diano servizio corrosivo dei mass media, in particolare della radio e della televisione, quelle private e quella pubblica!

 

Famiglia aggredita

Questa specie di "aggres­sione", non contenta di ferire l'istituto familiare, ne mina ora l'esistenza stessa. Non si tratta più di destabilizzare - come si dice - la famiglia. La si vuole eliminare dal conte­sto della vita sociale, trasfor­mando l'incontro dell'uomo e della donna in un "ménage" a tempo: l'uomo e la donna sono dei "partners", non più marito e moglie, non più ge­nitori; al posto della "fami­glia" sta la "coppia", meglio l`accoppiamento" erotico e basta.

Il quadro, presentato a questo modo, non risponde alla verità oggettiva e intera della condizione della fami­glia. C'è, grazie a Dio, anche il dritto della medaglia. L'isti­tuto - mi riferisco in partico­lare all'Italia - se manifesta segni inquietanti di crisi, esprime al tempo stesso sin­tomi e fermenti di positiva "reazione". Nonostante l'at­tacco concentrico e sistema­tico, si può dire che "regge" abbastanza bene. Anzi, va sprigionando dal suo seno gli "anticorpi" necessari per im­munizzarsi sempre più e ri­trovare una "sanità" nuova. Chi segue da vicino, giorno per giorno, le varie forme di "pastorale familiare" operan­ti nella comunità cristiana, non è che ignori preoccupa­zioni ed ansie, ma avverte con grande fiducia i sintomi di una "ripresa" ricca di con­fortanti prospettive.

Ed è a questa azione "posi­tiva", da perfezionare e capil­larizzare, che è affidato in primo luogo l'avvenire della famiglia.

Anche per la famiglia - co­me per la sessualità che le è collegata - il discorso, se vuole "centrare" l'oggetto in esame, deve tornare alle ori­gini, cioè alla "genesi": "In principio Dio creò..." (Gen 1, 1).

Nel piano meraviglioso della sua creazione, Dio sce­glie un vertice che è insieme un centro armonizzatore di tutto il creato: l'uomo. Ma l'uomo, fatto "ad immagine di Dio" perché domini la terra e la popoli, in realtà è la coppia.

 

 

Il matrimonio nel disegno del Creatore...

Questo, anche se comune alle due narrazioni della Ge­nesi (quella cosiddetta "ja­hvista" e quella chiamata "sacerdotale"), appare più evidente in quest'ultima. Ec­cola (Gen 1, 27): «Dio creò l'uomo a sua immagine; a im­magine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò». L'"uo-mo", dunque, è qui la "specie umana", è il maschio e la femmina.

E perché Dio pensò e volle la coppia umana? La risposta dei due racconti biblici non lascia dubbi sulla intenzione divina: uomo e donna, della stessa natura umana, sono chiamati a collaborare in una integrazione reciproca tale, che, lasciando padre e ma­dre, si uniranno sino a forma­re «una sola carne» (Gen 2, 24). Si afferma così l'intenzio­ne divina di istituire, fin "da principio" il vincolo matri­moniale. Anzi, si precisa che l'istituzione del matrimonio precede la caduta del pecca­to: «Tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non provavano vergogna» (ivi 2, 25). Questa vien dopo, quale conseguenza della colpa; ed ormai la vita della coppia umana si troverà esposta al dolore, alle tentazioni delle passioni, o al "dominio" del maschio sulla donna (cfr. ivi 2, 2 e 16 ss.).

Ma il matrimonio resta. Il peccato vi pesa, come pesa su tutto l'uomo, con il doloroso frutto della "concupiscenza". Tuttavia, la struttura fonda­mentale e le finalità essenziali del matrimonio non cambia­no: esso rimane «l'intima co­munità di vita e d'amore, fon­data dal Creatore e struttura­ta con leggi proprie» (GS 48).

 

...con i suoi "molteplici beni e fini"

«Dio stesso - afferma an­cora la costituzione concilia­re Gaudium et spes, al n. citato sopra - è l'autore del matri­monio, che è dotato di molte­plici beni e fini: tutti di som­ma importanza per la conti­nuità del genere umano, il progresso personale e il desti­no eterno di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa fa­miglia e di tutta la società umana».

Non a caso il testo conci­liare, parlando dei "beni e fini" del matrimonio, mette al primo posto la "continuità del genere umano". Infatti - aggiunge - «per la sua indole naturale, l'istituto stesso del matrimonio e l'amore coniu­gale sono ordinati alla pro­creazione e alla educazione della prole, e in queste trova­no il loro coronamento» (n. 48). È la risposta del matri­monio al comando divino: "Crescete e moltiplicatevi!" (Gen 1, 28).

Due "sottolineature" di grande importanza. La pri­ma: un matrimonio, che sia infecondo non per cause na­turali ma per volontaria scel­ta dei coniugi, vien meno al­l'ordinamento" che Dio stes­so gli ha dato associandolo così vitalmente al suo disegno di amore in favore dell'uma­nità. La seconda: ogni "de­viazione", libera e volontaria,

da questo compito prioritario che Dio ha assegnato al ma­trimonio, non solo tende ad oscurarne la natura ed a smi­nuirne la intrinseca nobiltà, ma finisce per riflettersi come disarmonia nello sviluppo del piano di Dio; non è, quindi, gesto che si consuma solo al­l'interno dell'unione coniuga­le e che tocca solo la respon­sabilità dei coniugi, ma pesa in senso negativo sulla storia della famiglia umana.

Questa nobiltà e grandezza del matrimonio, come "istitu­to naturale", crescono a di­smisura inserite nella reden­zione di Cristo.

Semplificando al massimo, si può dire che Cristo da un lato consacra la concezione della famiglia quale era stata configurata nell'Antico Te­stamento, dall'altro vi intro­duce la novità radicale del suo Vangelo.

 

 

Cristo e il matrimonio

Osserva C. Wiener: «La concezione del matrimonio nel Nuovo Testamento è do­minata dal paradosso stesso della vita di Gesù: "nato da donna" (Gal 4, 4; cfr. Lc 11, 27), con la sua vita di Nazaret egli consacra la famiglia qua­le è stata preparata da tutto il Vecchio Testamento. Ma, na­to da una madre vergine, vis­suto lui stesso nella verginità, rende testimonianza a una valore superiore al matrimo­nio» (in Dizionario di TB., Marietti 1967, col. 572).

 

Vediamo, in sintesi, la "novità" portata da Cristo

1. Gesù riconduce il Matri­monio alla perfezione delle ori­gini: lo riporta "al principio" (Mt 19, 3-9), liberandolo dal­le ferite anche "legali" intro­dotte in seguito per la "du­rezza dei cuori", riafferman­done la dimensione "sacra", l'unità e indissolubilità. Il di­vorzio è contro la volontà e il piano del Creatore, perché è Lui che unisce l'uomo e la donna, assumendo il loro li­bero assenso d'amore in un disegno che li supera immen­samente: «Quello dunque che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi» (ivi 19, 6). Tanto è chiaro e fermo il pensiero di Cristo, che i discepoli conclu­dono: «Se questa è la condizio­ne dell'uomo rispetto alla don­na, non conviene sposarsi» (ivi 19, 10).

2. Non solo "restaura" il matrimonio, ma lo eleva alla dignità e forza salvifica di sacramento, inserendolo con si­gnificato nuovo nella dinami­ca del regno di Dio. La pro­spettiva dell`istituto natura­le" conserva le sue funzioni essenziali, ma si dilata fino ad entrare, con ruolo specifico ed esaltante, nel mistero della salvezza in Cristo. Diventa "segno" efficace della sua grazia: per gli sposi, per i figli, per la famiglia, per la Chiesa stessa, per la umana convi­venza. E' il "grande mistero" di cui parla San Paolo (Ef 5, 32). E questa nuova realtà è "grande", perché fa parte del più grande mistero di Cristo (lo Sposo) e della Chiesa (la Sposa). La stessa sessualità è come trasfigurata, in quanto viene purificata ed assunta in una dimensione nuova. La fe­condità, a sua volta, si arric­chisce di più alti significati: non è più soltanto fecondità procreativa (la generazione dei figli e la loro educazione), ma anche fecondità sponsale ed ecclesiale (il matrimonio è fecondo nell'ordine della gra­zia e della salvezza, anzitutto per i coniugi, quindi per i figli e il nucleo familiare, che di­venta "quasi Chiesa domesti­ca": LG 11).

3. Non c'è però, nella "no­vità" di Cristo soltanto la fe­condità matrimoniale. Ce n'è un'altra, che non le si con­trappone ma che la supera: la fecondità verginale, espressa e vissuta nella vocazione celi­bataria. È la scelta di coloro che, per seguire il Maestro nato da Madre vergine e vis­suto vergine, rinunciano al matrimonio e alla famiglia 'per il regno dei cieli" (Mt 19, 12). Si tratta di una dona­zione-consacrazione indivisa per Cristo e, quindi, d'una dedizione più piena alla edificazione del regno di Dio (cfr. 1 Cor 7, 25 ss.).

 

 

Matrimonio e famiglia nel mistero di Cristo

Possono bastare anche questi rapidissimi cenni, per dare un'idea della visione cri­stiana del matrimonio e della famiglia che ne deriva. È una visione di grandezza misterio­sa. Perciò, anche di alta e se­vera responsabilità.

Il Concilio Vaticano II, che è ritornato più volte sul te­ma "matrimonio-famiglia", ci presenta questa visione sinte­ticamente così: «I coniugi cristiani, in virtù del sacra­mento del matrimonio, con il quale significano e partecipa­no il mistero di unità e di fe­condo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa (cfr Ef 5, 32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nel­la vita coniugale e nell'accet­tazione ed educazione della prole, ed hanno così, nel loro stato di vita e nella loro fun­zione, il proprio dono in mez­zo al Popolo di Dio (cfr 1 Cor 7, 7). Da questo connubio, in­fatti, procede la famiglia, in cui nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano con il batte­simo i figli di Dio e perpetua­no attraverso i secoli il suo Popolo» (LG 11). Sempre il Concilio, in altra costituzio­ne, approfondendo il "miste­ro", afferma: «Come un tem­po Dio venne incontro al suo popolo con un patto d'amore e di fedeltà (cfr. Os 2; Ger 3, 6-13; Ez 16 e 23; Is 54), così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene in­contro ai coniugi cristiani mediante il sacramento del matrimonio. Rimane inoltre con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei (cfr. Ef 5, 25), così anche i coniugi possano amarsi l'un l'altro fedelmen­te, per sempre, con mutua dedizione. L'autentico amore coniugale è assunto nell'amo­re divino ed è sostenuto e ar­ricchito dalla forza redentri­ce di Cristo e dall'azione sal­vifica della Chiesa, perché i coniugi, in maniera efficace, siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svol­gimento della sublime missio­ne di padre e di madre. Per questo motivo, i coniugi cri­stiani sono corroborati e qua­si consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato» (GS 48).

 

Chiesa domestica

Qualcuno, seguendo questi appunti sulla "famiglia oggi", potrà sorprendersi: perché finora si è parlato molto di matrimonio e poco di fami­glia, perché ci si è soffermati molto al passato e poco al­l'oggi? La sorpresa cade, quando si rifletta sulla natura della famiglia: essa nasce dal matrimonio, in quanto patto coniugale stabile e indissolu­bile, ordinato a creare in un amore coniugale reciproco e fecondo la "comunità dome­stica" che per i cristiani di­venta, in forza del sacramen­to, "Chiesa domestica". La famiglia, dunque, sta e vive o cade e muore con il matrimo­nio. Molte famiglie entrano in crisi o drammaticamente rovinano, perché la celebra­zione del matrimonio non è maturata attraverso una chia­ra presa di coscienza di ciò che è il matrimonio (per i battezzati, il matrimonio­sacramento), di quelli che ne sono i valori e fini, i diritti e doveri. Questa "presa di co­scienza", a sua volta, se vuol essere non superficiale, deve

situare il matrimonio e la fa­miglia nel piano divino (della creazione e della redenzio­ne).

 

 

Carisma ecclesiale

L'"oggi" della famiglia di­pende da questo coraggioso "ritorno alle sorgenti" e dalla concezione che ne scaturisce.

Ma vediamo ora, più da vi­cino, il ruolo della famiglia cristiana.

Essa occupa, innanzi tutto, un "luogo" privilegiato tra le istituzioni: nessun'altra, co­me la famiglia, è legata ad un sacramento specifico, il sa­cramento del matrimonio, che la Chiesa "crede e inse­gna" essere « uno dei sette sa­cramenti della nuova allean­za» (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 33). E la sacramentalità, qui, investe gli sposi «in un modo originale e proprio, non come singole persone, ma assieme, in quanto formano una cop­pia» (ivi, 34). Per questo, la coppia cristiana - asse por­tante della famiglia - « non si sostiene soltanto per la natu­rale complementarietà esi­stente tra uomo e donna, né si regge unicamente sulla vo­lontà di- comunione degli spo­si; ma ha la sua originale sor­gente in quel legame, che in­dissolubilmente unisce il Sal­vatore alla sua Chiesa, e la sua ultima matrice nel miste­ro della comunione trinita­ria» (ivi).

L'intera vita degli sposi cri­stiani è così pervasa dalla for­za della grazia sacramentale, che li sospinge ed aiuta a vi­vere in purezza le espressioni tipiche dell'amore coniugale, e porta questo alla sua armo­nia e pienezza, per cui è: amore umano, vale a dire nel­lo stesso tempo sensibile e spirituale; amore totale, vale a dire una forma speciale di amicizia spirituale, in cui gli sposi generosamente condivi­dono ogni cosa, senza indebi­te riserve o calcoli egoistici; amore fedele ed esclusivo fino alla morte; amore fecondo, che non si esaurisce nella co­munione di vita tra gli sposi, ma è destinato a continuarsi e prolungarsi, suscitando nuo­ve vite.

Sono le quattro "note" ed "esigenze caratteristiche" del­l'autentico amore coniugale, incisivamente descritte dal­l'enciclica Humanae vitae di Paolo VI. Sono il codice spiri­tuale e morale di vita per gli sposi cristiani, il segreto di ar­monico e pacifico sviluppo per la famiglia cristiana, il se­gno elevato sull'odierna dis­sacrazione dell'amore spon­sale per un superamento del­la crisi familiare e, quindi, so­ciale.

1 coniugi cristiani sapranno accettare la "sfida" del no­stro mondo secolarizzato, im­mettendovi dentro il lievito evangelico della loro umile coerente testimonianza, nella misura che cercheranno di vi­vere sinceramente la "tota­lità" del loro amore consa­crato dalla grazia sacramen­tale. Nella misura, cioè, che vivranno il loro carisma eccle­siale. Perché - ce lo ha ricor­dato il Vaticano II - i coniugi cristiani, "nel loro stato e nel­la loro funzione", hanno "il proprio carisma" entro la Chiesa (LG 11).

L'espressione conciliare è dell'apostolo Paolo (1 Cor 7, 7). Il "proprio carisma" o do­no vuol dire che la famiglia cristiana, nata dal matrimo­nio-sacramento, è un "dono specifico" del Signore per la edificazione del suo corpo, la Chiesa. Lo è in linea con gli altri doni o carismi, per es. della profezia, del ministero e magistero apostolico, della verginità consacrata. La fa­miglia cristiana è una sorgen­te creatrice per la vita della Chiesa: sia perché la Sposa di Cristo vi attinge i suoi figli, sia perché in quel seno fecon­do s'incarna e si realizza co­me prima "cellula" di salvez­za.

Dunque, non soltanto og­getto di azione pastorale è la famiglia nella Chiesa, ma sog­getto attivo d'inestimabile va­lore. Infatti, « rappresenta un dono di grazia per la comu­nità ecclesiale, anzi un dono specifico, perché costituito dalla realtà dell'esistenza co­niugale e familiare». È inol­tre « un dono particolarmente prezioso e urgente per le at­tuali situazioni sociali. Le coppie cristiane rivelano e comunicano al mondo i valo­ri di una amore disinteressa­to, responsabile e generoso nel dono della vita, indissolu­bile e fedele anche nelle diffi­coltà» (CEI, Ev. e sacr. del matrimonio, 103).

 

 

Amore coniugale eticamente responsabile

La famiglia cristiana, come la Chiesa, vive nel mondo en­tro la storia. La fedeltà al "proprio carisma" deve fare i conti con i tempi, in cui tale carisma è concretamente vis­suto e testimoniato. E i tem­pi, lungi dal favorire tale fe­deltà, la ostacolano duramen­te. L'egoismo che tutto su­bordina riducendo la persona umana a strumento, la ses­sualità volta esclusivamente o quasi ad espressioni erotiche e ludiche, la sete di guadagno economico e di libertà con­traria ad ogni sacrificio, l'in­dissolubilità del vincolo ma­trimoniale sempre più com­promessa o addirittura conte­stata, l'apertura alla vita irri­sa o "programmata"... questo ed altro rendono tanto diffici­le agli sposi cristiani la loro missione.

Bisogna anche aggiungere, per senso obiettivo delle co­se, che non sempre gli sposi cristiani trovano unità e sicu­rezza di indirizzi teologici e morali in seno alla comunità ecclesiale. Dove non è raro il caso che l'autentico magiste­ro del Papa e dei Vescovi sia ignorato o criticato, aprendo la strada ad ipotesi ardite, a tesi ambigue o peggio, che se­minano confusione e smarri­mento.

Uno dei punti, relativi al matrimonio e alla famiglia, sui quali s'è venuta addensan­do questa fitta nebbia d'in­certezze e confusioni, è la "paternità responsabile".

Il problema è, senza dub­bio, complesso e delicato. Non al punto, tuttavia, che se ne debba tacere o che lo si possa ridurre a una questione sottoposta a scelte esclusiva­mente "soggettive". La pa­ternità e la maternità "re­sponsabili" sono diventate - con l'interpretazione facile e comoda dell'attributo "re­sponsabile" - una delle vie aperte al dilagante lassismo odierno.

 

Permane la scala dei valori

Si dice e scrive che il Vati­cano Il ha operato "una svol­ta" nella tradizionale visione cattolica del matrimonio, "rovesciando" la scala dei valori: da una visione "pro­creativa" e "biologica" (la procreazione, "fine prima­rio" del matrimonio) si è pas­sati ad una visione "unitiva" e "personale" (il matrimonio fondato sull`amore coniuga­le" diventa, anzitutto, comu­nità di amore). Ora che il Concilio abbia superato lo schema rigido di ieri ("fine primario" e "secondario") non c'è dubbio. Che abbia voluto, inoltre, recuperare la "dimensione personale" la­sciata troppo in ombra, ri­dando spazio all`amore co­niugale" nella struttura e di­namica del matrimonio cri­stiano, anche questo è vero. Ma, ciò facendo, non ha "ro­vesciato" la scala dei valori e non ha cambiato la sostanza del matrimonio, i suoi "beni e fini"; non poteva farlo, perché questi dipendono da Dio stesso, che è "l'autore del matrimonio" (GS 48).

Una lettura vigile e rispet­tosa del testo conciliare (in particolare del cap. I della II parte della costituzione Gau­dium et spes, nn. 47-52), ac­compagnata dal magistero dei Pontefici (in particolare l'enciclica Humanae vitae di Paolo VI e dell'episcopato universale, ci portano a chia­rire il senso autentico della "paternità responsabile".

Non qualsiasi amore, ma un "amore autentico", deve presiedere alla vita coniuga­le. Questa precisazione è ri­petuta nel dettato conciliare con insistenza significativa. E l'amore coniugale è "autenti­co" quando è pienamente "umano", è "totale", è "fe­dele", è "fecondo" (HV 9).

Questo amore coniugale è, inoltre, "responsabile" quan­do, nel suo esercizio, i coniu­gi «conformano il loro agire all'intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa na­tura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dal­l'insegnamento costante della Chiesa« (HV 10; cfr. GS, 50­.51).

Ora, «l'intenzione creatri­ce di Dio, espressa nella stes­sa natura del matrimonio e nei suoi atti», mostra chiara­mente che esiste una connes­sione inscindibile tra i due "significati" o aspetti dell'at­to coniugale: quello unitivo (l'unione sessuale tra i due coniugi sino a formare "una sola carne") e quello procrea­tivo (l'unione è ordinata per sé, nel dono totale e recipro­co degli sposi, alla fecondità). L'uomo non può di sua inizia­tiva, arbitrariamente, rompe­re tale connessione dissocian­do l'aspetto unitivo (che pro­cura piacere) dall'aspetto procreativo (che può diventa­re un grave peso). Il rispetto della natura e finalità dell'at­to coniugale, e ancor prima del matrimonio, rende perciò coerente la dottrina della Chiesa, quando insegna che «qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla vi­ta» (HV 11).

 

 

Legge impossibile?

La Chiesa è maestra, che c'insegna l'autentica verità di Dio anche sul matrimonio. La Chiesa però è al tempo stesso madre, che, insegnan­do con fermezza, non smette di amare i propri figli e di comprenderne incertezze, ansie, difficoltà. La sua com­prensione materna cresce, anzi, a misura che più gravi e complesse si fanno le situa­zioni - spirituali, morali, eco­nomiche, igieniche, sociali - dei suoi figli. « La Chiesa in­fatti - così ancora Paolo VI - non può avere altra condotta verso gli uomini da quella del Redentore: conosce la loro debolezza, ha compassione della folla, accoglie i pecca­tori, ma non può rinunciare a insegnare la legge che in realtà è quella propria di una vita umana restituita nella sua verità originaria e con­dotta dallo Spirito di Dio» (HV 19).

È possibile che Dio ponga gli uomini di fronte a una leg­ge, che essi non sono in grado di osservare?

La prima risposta, a con­forto di chi crede all'amore­vole provvidenza di Dio­Padre, viene proprio dal falli­mento pauroso delle "nuove strade" aperte in tema di mo­rale sessuale e coniugale. Or­mai le coscienze più pensose sono profondamente inquie­te, dinanzi ai traguardi rag­giunti dall'impostazione anti­procreativa della sessualità. Infranta la connessione "na­turale" tra l'aspetto unitivo e quello procreativo - scissio­ne resa sempre più facile e

diffusa attraverso le varie tec­niche contraccettive - la sti­ma, l'onore, l'amore alla vita umana sono andati calando drammaticamente. «Il di­scorso propagandistico e la prassi della sterilizzazione vo­lontaria e ancor più quelli ri­guardanti l'aborto (caratte­rizzato da uno sviluppo peg­giorativo: espansione numeri­ca del fenomeno, deteriora­mento o banalizzazione delle motivazioni che lo ispirano, legalizzazione liberatrice, mez­zo di fatto di regolazione del­le nascite) costituiscono l'esi­to più allarmante di questo approccio anti-procreativo del­la sessualità» (D. Tettamanzi, in "La Rivista del clero italia­no", nov. 1978, p. 857-58).

Ed è soltanto uno degli "esiti allarmanti". Essi co­munque dimostrano che la Chiesa, nel difendere la mo­rale coniugale nella sua inte­rezza, difende anche gli au­tentici valori umani.

 

 

Per formarsi un retto giudizio morale

D'altra parte, il cristiano sa che la valutazione morale concreta dell'uso del matri­monio - come di ogni altra scelta umana - non si ba­sa unicamente su ragioni "obiettive" (il rispetto della norma), ma tiene conto di tutte le circostanze che ac­compagnano il singolo atto (aspetto "soggettivo"). Il "retto giudizio" morale, che i coniugi son chiamati a for­marsi "con riflessione e impe­gno comune" (GS 50), è dato da questa composizione tra l'elemento obiettivo della norma e quello soggettivo di chi deve, in quel caso appli­carla. Nel processo formativo di questo "giudizio", affidato in ultima analisi alla coscien­za dei coniugi, essi terranno conto «sia del proprio bene personale che di quello dei figli - di quelli nati come di quelli che si prevede nasce­ranno -, valutando le condi­zioni di vita del proprio tem­po e del proprio stato di vita, tanto nel loro aspetto mate­riale che spirituale; e infine salvaguardando la scala dei valori del bene della comu­nità familiare, della società temporale e della stessa Chie­sa» (GS 50).

Sono linee di carattere generale, ma serenamente orientative per chi vuole adempiere alla grande mis­sione di trasmettere la vita «con generosa, umana e cri­stiana responsabilità, fidando nella divina provvidenza e coltivando lo spirito di sa­crificio (cfr. 1 Cor 7, 5) » (GS 50). Il richiamo allo "spirito di sacrificio", nell'attuale cli­ma edonistico, può sembrare utopistico. Ma esiste un amo­re - non solo coniugale - che si possa dire genuino e pieno, senza la rinuncia a qualcosa di sé?

Ecco perché la Chiesa non ha paura di chiedere agli spo­si cristiani di «coltivare con sincero animo la virtù della castità» (GS 51). È una disci­plina questa, che esige padro­nanza di sé e sforzo continuo, «ma grazie al suo benefico influsso i coniugi sviluppano integralmente la loro perso­nalità arricchendosi di valori spirituali: essa apporta alla vi­ta familiare frutti di serenità e di pace e agevola la soluzione di altri problemi; favorisce l'attenzione verso l'altro co­niuge, aiuta gli sposi a bandi­re l'egoismo, nemico del vero amore, ed approfondisce il loro senso di responsabilità» (HV 21).

Né si deve tacere che la Chiesa, se da un lato condan­na tutte le dottrine e pratiche tendenti a privare l'atto co­niugale del suo naturale ordi­ne alla generazione (interru­zione diretta, sterilizzazione dell'uomo e della donna, con­traccezione o "pillola"), dal­l'altro ritiene lecito per giusti motivi il ricorso ai cosiddetti "periodi infecondi" (che si vanno, sotto il profilo scien­tifico e medico sempre più perfezionando), perché in questo caso i coniugi usufrui­scono di una disposizione propria della natura.

 

 

I figli, "preziosissimo dono del matrimonio"

Potrà sembrare che queste riflessioni catechistiche sulla famiglia abbiano troppo la­sciato in ombra i figli. Essi, invece, sono al centro di tutto il discorso. Anche se, non po­tendo qui affrontare tutta la problematica della famiglia, si è creduto opportuno sof­fermarci particolarmente sul matrimonio e sull'amore co­niugale, quindi sull'ufficio dei "genitori". Ma «il matrimo­nio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione e alla educazio­ne della prole», essendo «i figli il preziosissimo dono del matrimonio» (GS 50). La lo­ro presenza, quindi, è viva e palpitante in ogni piega del nostro discorso.

È vero, i figli hanno la loro personalità umana e cristia­na, che non può essere assor­bita in quella dei genitori. So­no anch'essi, ed oggi più di ieri, "soggetti" liberi ed attivi in seno alla famiglia, alla so­cietà, alla Chiesa. Non solo "ricevono", ma "danno": ai genitori innanzitutto e a quanti formano la comunità domestica, poi alla comunità civile ed a quella ecclesiale, nel cui seno portano il tesoro fragile ma stupendo della lo­ro primavera.

Essi, tuttavia, han bisogno e diritto a quella trama di cure, attenzioni, premure, richiami, esempi, stimoli, correzioni, incoraggiamenti... che, scaturiti e nutriti dall'a­more dei genitori, li fanno "crescere" come uomini e come cristiani. È 1`educazio­ne": opera difficilissima e in­sieme meravigliosa, che bab­bo e mamma debbono attua­re insieme, perché esige «una consultazione reciproca ed una continua collaborazio­ne» tra di loro (GS 52); ope­ra, che i genitori non possono "delegare", perché fa parte della loro "paternità respon­sabile" ed è quindi insostitui­bile.

 

 

Alla Sorgente

«Per tener fede costante­mente ai compiti di questa vocazione cristiana, si richie­de una virtù non comune» (insignir, si ha nel testo lati­no). Sono parole del Concilio (GS 49) e dicono con quanta ammirazione e trepidazione la Chiesa sia vicina, nella co­munione della sua carità di madre, agli sposi cristiani. Tale "virtù" non s'improvvi­sa: è frutto di quotidiana di­sciplina nel «coltivare assi­duamente la fermezza dell'a­more, la grandezza dell'ani­mo, lo spirito di sacrificio», con atteggiamento di recipro­ca stima e confidenza, in filia­le abbandono di preghiera al Padre (cfr. GS 49).

Questo affettuoso insisten­te richiamo della Chiesa non deve apparire una "predica" a sfondo spiritualistico e mo­ralistico. E', al contrario, l'in­vito sapiente a cercare nel cuore stesso del matrimonio­sacramento il segreto per su­perare le difficoltà. E il cuore del matrimonio cristiano è l'autentico amore coniugale, elevato e santificato dalla grazia sacramentale, che qua­si innesta in modo tutto spe­ciale gli animi dei coniugi sul­l'amore di Cristo, facendo partecipare il loro amore umano all'amore divino ed in questo facendolo crescere. Di siffatto mirabile dinami­smo soprannaturale l'autore è sempre Cristo, i "ministri" però sono gli sposi cristiani: lo sposo nei riguardi della sposa e la sposa nei riguardi dello sposo.

La famiglia cristiana, so­prattutto ai nostri inquieti giorni, è come una stupenda e fragile barca, costretta a na­vigare in un mare agitato. Se vuole conservare la "rotta" giusta e non far naufragio, deve tenersi unita a Cristo operante nella Chiesa. Di qui l'esigenza impreteribile della preghiera come "respiro" della vita sponsale e quindi familiare. Cristo allora non sarà il "terzo" che ogni tanto trova ospitalità, ma la peren­ne sorgente dell'unione d'a­more tra gli sposi e di essi con i figli. «In Lui ed attraverso il suo Spirito di amore gli sposi saranno due in uno: duo in carne una; in Lui realizzeran­no pienamente il "noi", quel­l'essere nuovo che essi hanno voluto costituire fondendo in uno il "tu" e 1`io". Lo realiz­zeranno soprattutto attraver­so un altro sacramento, di cui quello del matrimonio è figu­ra: l'Eucarestia» (C. Massa­bki, Cristo incontro di due amori, LDC 1967, p. 1744).

Il rapporto con l'Eucaristia è qualcosa di più che il ricor­so a una "medicina spiritua­le" e ad una "sorgente di for­za soprannaturale" contro le aggressioni alla saldezza del matrimonio. Meglio, è questo certamente, ma perché pri­ma, sul piano teologico, il matrimonio cristiano ha un'essenziale relazione, oltre che con il Battesimo, con l'Eucaristia. In essa «trova il suo momento fontale e la sua piena capacità di realizzazio­ne. L'Eucaristia infatti fa presente il sacrificio che sigil­la la nuova alleanza di Dio con gli uomini: gli sposi vi trovano il fondamento del lo­ro patto coniugale e la possi­bilità di rinnovarlo in un con­tinuo impegno di reciproca e fedele donazione » (CEI, Ev. e sacramento del matr. 37).

In breve, gli sposi cristiani debbono avere chiara e pro­fonda la convinzione che il loro amore non lo si com­prende e non lo si vive in pie­nezza solo guardando alla di­gnità della persona umana, al rapporto interpersonale e sessuale dei coniugi, all'aper­tura responsabile del loro amore ai figli, ma guardando al di là delle pur necessarie misure ed attenzioni sempli­cemente umane: guardando a Cristo, che è la rivelazione dell'amore di Dio e che spie­ga perciò l'autentico e pieno amore dell'uomo: quello che lo spinge al dono totale di sé per il Regno nella vocazione presbiterale come quello che lo guida a formarsi una co­munità di vita nel matrimo­nio.

 

 

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