Parrocchia di S. Ambrogio in Mignanego (GE)

 

ç

 

Introduzione alla Liturgia / 2

 

 la dimensione comunitaria

 

Comunità e comunione

Preghiera della comunità: anzitutto e soprattutto. Ma la comunità esige « koinonìa », senza di cui sarebbe un corpo senz'anima. Esige cioé la fusione dei cuori.

È la grande intuizione che comanda tutta la « Regola » di sant'Agostino: l'unanimità è il polo a cui tende ogni comunità; ci si raduna insieme « per avere un cuor solo ed un animo solo in ten

sione verso Dio » (AGOSTINO, Epist., 111; PL 33,960; cf. PLS 2,347-349).

Non è caso raro una comunità senza comunione: si ha allora una accolta di individui giustapposti, la somma di piccoli mondi impenetrabili. « Agere sequitur esse », dicono gli scolastici: la divisione interna si riflette cioè sul piano dinamico dell'azione.

Ora questo appunto è la liturgia: la preghiera personale di ognuno che va a fondersi nell'unica risposta che si dà tutti insieme all'appello della Parola. 0, in senso inverso, la capacità di accogliere nel proprio cuore la lode e la supplica della comunità e del mondo.

Diceva Ignazio, con una bella immagine, che bisogna essere accordati come le corde di una cetra: ognuno fa la sua nota, ma, nell'armonia della concordia, si prende tutti il tono di Dio, e nell'agàpe Gesù Cristo è cantato. È il solo modo per rendere autentico il « noi » abituale nella Liturgia.

Cipriano ha scritto a sua volta:

« Il dottore della pace e il maestro dell'unità non ha voluto che ognuno innalzasse a Dio la sua preghiera per proprio conto, isolandosi nell'egoismo. Non diciamo infatti Padre mio, o dammi oggi il mio pane... il popolo di Dio costituisce una unità... colui che ci ha portati nella sua unità ha voluto che ognuno pregasse per tutti » (CIPRIANO, De orat. dom. 8 ; PL 4,540B-541A).

Altrove, commentando Mt 18,19-20, lo stesso Cipriano indica nell'unanimità il supremo valore della preghiera: « Non conta la moltitudine, ma l'unanimità degli oranti ».

E adduce tre esempi suggestivi: i tre fanciulli del libro di Daniele che, introdotti nella fornace ardente, innalzano a Dio un inno come da una sola bocca (« quasi ex uno ore »: Dan 3,51), e per questa preghiera unanime la fornace « diventò fresca come se un vento rugiadoso vi soffiasse dentro » ; gli Apostoli che nel cenacolo perseverano unanimi nella preghiera, stretti intorno a Maria, e così ottengono l'abbondanza dello Spirito; gli stessi Apostoli chiusi in carcere che, per l'unità profonda che fa di essi una cosa sola, sono liberati per riprendere subito il loro ardimentoso annuncio (At 5, 17.25).

Cipriano ne trae una conclusione ovvia: « Vale più l'orazione concorde di pochi, che quella discorde di molti ». Altrove si spinge oltre, con termini taglienti, di cui impressiona la tranquilla sicurezza: commentando un versetto del Salterio (67, 7), che nella Volgata suona « qui inhabitare facit unanimes in domo », afferma:

« Dio non ammette nella sua divina ed eterna casa se non quelli la cui orazione è unanime ».

A questo elemento è dunque legata la salvezza. Del resto cosa sarà la Patria?

A leggere l'Apocalisse, attraverso la varietà delle immagini, si è condotti sempre a un'unica visione, semplice e grandiosa: nel Cielo non risuona che l'azione di grazie, esultante ed unanime, di tutti i riscattati, veramente « ex uno ore ». La nostra liturgia terrena è già in comunione con questa liturgia del cielo; e si deve modellare su di essa perché è incamminata verso la gloria.

La preghiera comune esige dunque, per essere autentica, di innestarsi su una vita fraterna: e d'altra parte ne verifica la qualità.

L'adunarsi insieme in assemblea, che rende visibile la Chiesa come « comunione », l'inserzione in un ritmo di celebrazione, la fusione delle voci nelle acclamazioni e nel canto, la comunione agli stessi gesti, sono tutti segni di quella « res » unica. Si troverebbero falsati e vanificati quando l'afflato della carità non li animasse dal di dentro.

 Si cadrebbe nella specie peggiore di « ritualismo »: un rito cioè che la routine uccide prima ancora che nasca. Tutto si riduce allora a una esecuzione, stanca e formalistica, che perde ogni autenticità e non esprime più nulla.

Se questo è un presupposto necessario della preghiera e le dà verità, ne è nello stesso tempo il frutto. La « koinonìa » concreta di un gruppo non è mai perfetta, ed esige una maturazione e un continuo approfondimento. La preghiera comune stimola questo sforzo diuturno.

Se ogni lavoro comune, la gioia cioè di una cosa bella e buona fatta insieme, è un forte vincolo di fraternità, quanto più lo sarà la preghiera comune, « opus Dei », che ci accomuna non in un'opera umana, ma in un « lavoro divino », in collaborazione con Dio che ci anima della sua divina « agàpe » .

Una liturgia vissuta è la fucina in cui la comunità si' costruisce e si perfeziona, rinsaldando i suoi vincoli. Allora il grido del salmo: « Ecco come è°bello e come è dolce che i fratelli stiano insieme » (Sal 133, 1), non è più solo una frase poetica, ma si trasforma in stupenda realtà.

 

Una preghiera « comune » per le Chiese locali

Sull'indole comunitaria, si innesta la esigenza fondamentale dell'Ufficio: la capacità di perdersi in una preghiera comune e oggettiva.

Il dialogo dell'orazione personale può snodarsi spontaneo, nella santa libertà dei figli di Dio. Nel dialogo comunitario, per ritrovarsi in un gesto di carattere collettivo, bisogna necessariamente muoversi sulla traccia di formule preordinate, entrare in un ritmo particolare piegandosi alle sue leggi. Questo restringe al limite lo spazio

dell'inventiva personale; ma sarebbe ingiusto vedere ciò come un inconveniente necessario. Bene inteso e vissuto, questo non mortifica, ma educa.

Aiuta a superare il soggettivismo: a uscire cioè dai limiti angusti della propria povertà spirituale, per assumere il respiro orante della Chiesa. Il grido intimo del cuore si congiunge allora a quello immenso che si eleva dall'umanità che soffre, gioisce, crede, ama, spera.

Tutto questo non si risolve in perdita, ma in arricchimento: e alla scuola della Chiesa che prega, ed esprime nelle formule scelte la pienezza del Mistero cristiano, si impara a pregare.

L'insistenza sul « mistero » e sulla « Chiesa locale » non vuole né oscurare il ruolo della gerarchia, né vanificare la struttura visibile della Chiesa, né sovrapporre la Chiesa locale a quella universale o renderla autonoma. Non c'è per questo che da rileggere attentamente il n. 13 della Lumen Gentium. È questione di tenere presente la totalità degli elementi.

È solo a partire da questi principi che si può formulare una teologia dell'« Opus Dei ». Esso è infatti per definizione una « preghiera della Chiesa » e poggia dunque tutto intero su una visione teologica adeguata della Chiesa.

Le conseguenze maggiori per l'argomento che ci interessa ci sembrano essere le seguenti:

a        Anzitutto la Chiesa è il « soggetto orante » dell'Ufficio. Il suo compito non è solo quello di creare le strutture della preghiera, ma soprattutto quello di innalzarla a Dio. È esattamente in questo senso che viene detto « preghiera della Chiesa ».

Si ha parte a questa preghiera per il fatto stesso di essere membri della Chiesa. Lì si fonda il diritto-dovere di ogni comunità di battezzati, e di ciascuno dei suoi membri, di esprimere la dimensione orante del Corpo mistico accanto alla dimen

sione kerigmatica, apostolica e caritativa. È cosa di tutti e non è « riservata » ad alcuno.

b        Il « subiectum orationis » è la Chiesa locale o la Chiesa universale? Il dilemma a nostro avviso non ha ragione di essere posto: è l'una e l'altra insieme; quella locale in quanto, in comunione con tutta la cattolicità, visibilizza e rende presente la Chiesa universale. Ogni comunità di fedeli, unita al proprio sacerdote, è « voce della Sposa » ; più ancora « voce di Cristo stesso unito al suo corpo » (SC 84). In essa « è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica » (IG 20, DV 11).

c        Tra le due realtà di « Chiesa universale » e « Chiesa locale » non ha bisogno di interporsi alcuna deputazione di carattere giuridico. Nella nuova visione teologica questa nozione è destinata a cadere.

Se una « deputazione » esiste, essa non può essere « costitutiva » ma solo « dichiarativa » : sottolinea cioè un impegno che ha altrove la sua radice. E la radice appartiene all'ordine dell'essere; sgorga dalla mia « situazione » nella Chiesa. Il battesimo è per tutti il titolo primordiale di questo diritto-dovere.

La deputazione come titolo giuridico, che tende a porsi sullo stesso piano del titolo di sacerdozio ministeriale, e a identificarsi con la nozione di obbligo, finisce per presentare l'Ufficio come « affare dei preti e di altri delegati » non lasciando nessun posto ai laici.

Bisogna al riguardo rovesciare le prospettive. L'Ufficio è anzitutto la lode della comunità cristiana tutta intera.

Se rimane ancora posto per un mandato speciale dato ad alcuni (cf. IG 28-31), con ciò la Chiesa manifestamente vuole solo garantire che, almeno in questi gruppi (canonici, comunità religiose ecc...), si realizzi costantemente la sua preghiera.

d La nozione-chiave da cui occorre partire è quella del sacerdozio di Cristo, partecipato in vari gradi da tutti i battezzati.

Lo fa esplicitamente la Costituzione liturgica (n. 83) appellandovisi per due volte, in apertura di discorso. Vi si afferma che non solo con la celebrazione dell'Eucaristia, ma anche con l'Ufficio divino Cristo « continua ad esercitare il suo sacerdozio per mezzo della Chiesa ». Tale sacerdozio qui si esplica come « incessante lode di Dio e intercessione per la salvezza del mondo ».

Sacerdozio di Cristo e preghiera di Cristo sono due realtà inseparabili. Quindi il titolo di partecipazione a.questa lode si identifica con quello di partecipazione al suo sacerdozio.

Il titolo primo e più fondamentale è quello che sgorga dal battesimo. Esso introduce nel sacerdozio regale (SC 14). I neofiti, « divenuti figli di Dio per mezzo della fede e del battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa... » (SC 10). Siamo infatti battezzati per formare un unico corpo: ed è un corpo orante ; e la forma peculiare della preghiera è l'Ufficio divino. Questa funzione è vitale nell'organismo mistico, e nessuno che viva con pienezza la vita ecclesiale se ne può estraniare.

La professione religiosa, soprattutto della comunità contemplativa, porta una sottolineatura nuova all'investitura battesimale: essa vota ad una attuazione più totalitaria ed esigente degli impegni battesimali. I religiosi sono tenuti « alla perfezione del culto divino » (LG 44). Sarebbe ben strano che la loro vita comune non fosse ritmata dalla grande preghiera, in cui la Chiesa esprime ed esercita questo culto. È questo infatti il loro apporto più specifico all'edificazione della Chiesa devono esprimere il volto assorto in preghiera: « Ecclesiam orantem specialiter repraesentant » (IG 24).

II carattere sacerdotale associa i ministri più

strettamente e indissolubilmente alla funzione mediatrice di Cristo. Conformati al Cristo-capo, assumono un compito di servizio e di presidenza in seno al popolo di Dio (SC 41-42). Perciò partecipano all'attività cultuale della comunità come investiti di una particolare funzione. Su questa loro « situazione » in seno al popolo di Dio si fonda una esigenza speciale (non imposta da un precetto legale, il tradizionale « obbligo sub gravi », ma intrinseca alla funzione) di edificare la Chiesa per mezzo della preghiera.

In particolare, il pastore deve:

impiegare le migliori energie perché i fedeli affidati alle sue cure siano « unanimi nella preghiera », introdurli con una catechesi intelligente alla comprensione e al gusto della preghiera liturgica e alla intelligenza cristiana dei salmi che ne sono l'intelaiatura, radunare la comunità, dirigerne la celebrazione, animarla come autentico orante che, in mezzo ai fratelli, li stimola a pregare con la stessa qualità spirituale della sua preghiera (IG 23), sentire quale buon pastore la responsabilità di pregare per il suo popolo e spesso a nome di esso, quasi rappresentandolo davanti a Dio (IG 28).

e        Sulla stessa linea ci sembra da rivedere il valore da attribuire alla approvazione dei riti e dei testi perché si possa parlare di preghiera liturgica. È fuori dubbio che esiste, oggi come ieri, una forma di preghiera, determinata dalla Chiesa, secondo la sua tradizione, e che sola costituisce la preghiera liturgica, diversa da quella devozionale.

Ma si ripropone la domanda: questo intervento è atto giuridico « costitutivo »? È difficile pensare che una determinazione giuridica possa fondare un valore ontologico. Ci pare che anche questo intervento debba essere considerato come « dichiarativo », sulla linea di una autenticazione o di una garanzia oggettiva più grande; esso viene così a dipendere da una distinzione tra liturgia e nonliturgia che si colloca nella realtà stessa.

È un po' quel che avviene nella canonizzazione, che non « fa » i santi, ma li dichiara.

Una preghiera è già liturgica in virtù del suo contenuto e della sua qualità interiore, in quanto: a) presenta il mistero cristiano secondo tutte le dimensioni - b) con i termini stessi con cui Dio ce lo annunzia, cioé con un linguaggio biblico o ispirato alla Bibbia - c) seguendo i ritmi del tempo.

L'intervento dell'autorità garantisce il carattere autenticamente cristiano di quelle formule, e la loro attitudine ad esprimere in modo adeguato l'economia salvifica e il Mistero pasquale di Cristo. È un servizio alla verità.

 

[tratto da: LA LITURGIA - M. Magrassi - 1979 Marietti Editori]

 

 

é